«Alfa alfa alfa beto au au au a… fumo fumo fumo e rido» potrebbe essere il nuovo inno generazionale di giovani e adolescenti italiani. Si tratta dell’incipit di Mmh ha ha ha, canzone che su Youtube si avvia a sfondare il tetto dei 10 milioni di visualizzazioni in poco più di un mese. Un motivo pieno di suoni e parole senza alcun senso logico che, sentite al contrario – c’era da scommetterci – in alcuni passaggi pare dicano pure “satanismo”. D’altronde Padre Satana e Dolce Droga, sono state due tra le hit precedenti di Young Signorino. All’anagrafe Paolo Caputo, diciannovenne, già padre di un bambino di due anni da cui si fa chiamare papà Satana.

Lui stesso si autodefinisce il Marylin Manson italiano, a sua volta figlio – più o meno legittimo – del demonio in persona. Signorino racconta di aver scelto questo nome perché, dopo aver assunto farmaci, essere stato in coma e ricoverato per alcune settimane in una clinica psichiatrica, al risveglio si è sentito come un signorino. Nuovo esponente del genere musicale del momento: il Trap. Emanazione del Rap, da cui attinge ritmi e sonorità, ma diverso da quest’ultimo per il dichiarato disimpegno nei testi, senza una logica evidente, che però indugiano pesantemente nel turpiloquio e nel trash più volgare, ostentato anche nella gestualità ripetitiva, quasi rituale, dei vari video, realizzati da Sfera Ebbasta, dalla Dark Polo Gang o da altri interpreti del genere. Signorino nelle interviste si fa beffe di ogni detrattore e sarcasticamente si professa precursore di un linguaggio musicale d’élite, di un nuovo ordine mondiale (sic!).

Si tratta certamente dell’ennesimo fenomeno mediatico che sarebbe un errore pretendere di censurare o additare come pericoloso per le giovani generazioni: evidentissimo il giochetto del “purché se ne parli”. D’altronde non è il primo né l’ultimo dei cantanti maledetti che hanno fatto della trasgressione il leitmotiv e la principale leva della loro popolarità; anche se oggi fanno letteralmente impallidire lo scalpore che Vasco Rossi destò, al Festival di Sanremo del 1983, con la sua vita spericolata, diventata poi un inno generazionale.

Paradossalmente potremmo essere grati a Young Signorino e colleghi, perché ci offrono l’opportunità preziosa di parlare con i nostri ragazzi delle dinamiche perverse della comunicazione contemporanea, rispetto a cui sarebbe ora di maturare anticorpi scafati. Infatti, nel frastuono di informazioni e di messaggi che quotidianamente ci sommergono, tende ad affermarsi in ogni contesto una comunicazione più emotiva che razionale. E nella ricerca compulsiva della notizia dell’ultima ora, come pure nella jungla di notifiche che imperversano sugli smartphone, il tempo per la riflessione, purtroppo, evapora. Allora chi vuol farsi notare, per bucare il continuo vociare mediatico, si trova di fronte a un bivio: proporre contenuti originali o elevati, ma poco accessibili e con scarse probabilità di successo, oppure scegliere la via facile e di sicuro effetto della cretinata, della provocazione, della violenza o della volgarità. Dunque non si tratta di una grande innovazione: le pernacchie rivolte al politico, all’intellettuale di turno, oppure le parolacce gridate in faccia all’interlocutore di qualche talk show da sempre, purtroppo, sono la molla che fa impennare vendite di giornali e audience in tv. Probabilmente è venuto il momento di esercitare quella che il sociologo Marc Prensky – padre anche della controversa definizione nativi digitali – chiama “saggezza digitale”.

Ormai bisogna essere consapevoli che le bufale rappresentano soltanto la punta dell’iceberg della questione, lo sdegno e persino articoli come questo rischiano di far parte del gioco al rialzo, o al ribasso, della comunicazione contemporanea. Un gioco stucchevole, sempre più spericolato, che esige con urgenza uno sforzo formativo convergente comunitario, capace di ascoltare i giovani – incluso Young Signorino – per smascherare strategie di mercato tutt’altro che innovative, mezze trappole: Trap, appunto.

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