Avere un figlio: una riflessione sulla procreazione assistita

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera di Valeria Frezzotti.

Spendere il tempo davanti alla tv non è sicuramente una delle scelte migliori, ma mi capitano a volte sere in cui, un po’ per dimenticare il peso della giornata un po’ per pigrizia, mi siedo lì davanti sperando di non pensare. Sabato 14 luglio era appunto una di quelle sere e mi capita, facendo zapping qua e là senza un interesse preciso, di imbattermi in una trasmissione di canale 9 dal titolo molto accattivante: “Da qui a un anno”. Incuriosita mi soffermo. La conduttrice, direi brava e convincente, riesce a trasmettere tutto il pathos che avvolge la situazione che vivono i protagonisti e dopo un’analisi attenta della strada da percorrere, ci si da l’appuntamento “da qui a un anno”, proprio per vedere se si è riusciti a raggiungere il traguardo prefissato.

Quella sera però il tempo gioca un ruolo fondamentale: si tratta di una coppia che desidera un figlio. Lei, nonostante la giovane età, ha una diminuita riserva ovarica e viene da due tentativi di procreazione medicalmente assistita, falliti. Qual è la strada da percorrere? Naturalmente l’ovodonazione , che la conduttrice ratifica con l’inevitabile frase: “Siete pieni di amore… e questo basta!”. Quindi dopo un anno la coppia ritorna in studio per mostrare se il desiderio si è avverato.

Nel filmato che viene mostrato, ecco che compare un terzo personaggio che si posiziona tranquillamente in mezzo alla coppia: è lui, il dominus assoluto, colui che riuscirà a soddisfare il desiderio, il medico. Nelle sue mani questi giovani sposi affidano quella che è sicuramente una legittima aspirazione, cioè avere un figlio, ma senza che si parli del prezzo da pagare. Infatti con voce calma e tranquillizzante, il medico annuncia che al 5° giorno ha ottenuto 9 blastocisti idonee all’impianto e che ne sono state impiantate 2 entrambe attecchite. “Era quello che volevamo ed è arrivato!’ esclama la coppia e in studio sgorgano lacrime ed esplodono applausi. Nessuno si chiede ovviamente come si siano ottenute le blastocisti. Nessuno sa che questa bellissima parola significa embrioni e quindi già persone umane! Nessuno sa come è stata stabilita questa idoneità all’impianto e, per finire, nessuno si chiede che fine hanno fatto gli altri 7 scartati. Di fronte al tempo che ha dato ragione degli sforzi intrapresi, non conta nulla. Danni collaterali? Forse neanche danni, nella logica stringente del volere ad ogni costo!

Insegno il metodo Billings da più di dieci anni alle coppie, e oggi sempre più alle coppie che cercano un figlio. La situazione potrebbe sembrare analoga: una terza persona che aiuta la coppia nella realizzazione del suo desiderio. Qui però non ci sono prezzi da pagare, né in denaro né tanto meno in vite umane, e nessuno si appropria della sacralità dell’atto coniugale, sostituendola con una tecnica! O meglio, forse c’è un prezzo da pagare, ed è quello del tempo che si dedica all’ascolto l’uno dell’altra nella coppia, all’ascolto del proprio corpo, all’ascolto delle persone umane da parte dell’insegnante. Un tempo veramente prezioso e leggero, senza pesi da sopportare né giudizi da subire. Non si riesce a non custodirlo questo tempo dedicato alle coppie, che tanta ricchezza ha portato sia in me e in chi sceglie liberamente di seguire la strada dei metodi naturali. “Da qui a un anno” molti fatti possono accadere come conseguenza delle nostre scelte: trovarsi con un figlio in braccio o no, ma ciò che conta è sempre come abbiamo usato il nostro tempo.

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