Nave Diciotti. Don Ivan Maffeis (Cei): «la nostra è una risposta di supplenza»

di Patrizia Caiffa

Dopo lo sbarco di sabato notte i 143 migranti della nave Diciotti, rimasta ferma una settimana al porto di Catania, sono ora nell’hotspot di Messina per le procedure di identificazione. Quelli accolti dalla Chiesa italiana saranno spostati tra poche ore in un centro di accoglienza nella zona dei Castelli Romani, quindi distribuiti nelle tante diocesi che si sono messe a disposizione spontaneamente: Torino, Firenze, Brescia, Bologna, Agrigento, Cassano all’Jonio, Rossano Calabro… Qui verranno seguiti i vari protocolli con progetti personalizzati a seconda delle situazioni. Mentre è in corso un incontro al Viminale che sta affrontando le varie questioni tecniche, don Ivan Maffeis, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, ribadisce al Sir: «Questa è una risposta di supplenza. Non è “la risposta”. La risposta di un Paese democratico matura attraverso ben altri processi. Ma anche risposte di solidarietà e di umanità come questa possono aiutare a sviluppare una cultura dell’accoglienza».

Perché la Chiesa italiana ha scelto di accogliere i migranti della nave Diciotti?

È stata una scelta della presidenza Cei, legata alla

volontà di uscire da una situazione di stallo

in cui queste persone erano da diversi giorni. Davanti ad una situazione

insostenibile dal punto di vista umanitario

si è scelto di non andare avanti con comunicati e appelli generici ma di intervenire offrendo una disponibilità all’accoglienza concreta, fattiva e immediata.

C’è un rischio che i migranti siano usati come mezzo di ricatto per smuovere l’Europa all’accoglienza?

La Chiesa è intervenuta proprio per sbloccare questa situazione. Il governo pretendeva, anche giustamente, il coinvolgimento dell’Europa per una redistribuzione dei migranti e per affrontare in maniera comunitaria un fenomeno di portata enorme. D’altra parte è ovvio che

per arrivare a concordare una politica comunitaria su un tema come quello delle migrazioni non possiamo servirci di gente in fuga dalla guerra o da situazioni di persecuzione.

Adesso i migranti della nave Diciotti sono nell’hotspot di Messina, poi come saranno distribuiti?

I migranti saranno trasferiti quanto prima, nelle prossime ore, in un centro di Rocca di Papa, in attesa di essere ospitati nelle

tante diocesi che hanno dato la disponibilità:

Torino, Brescia, Bologna, Agrigento, Cassano all’Jonio, Rossano Calabro, per citare solo quelle di cui sono a conoscenza. È stata una risposta spontanea, noi non abbiamo fatto alcun appello. La Chiesa italiana ha una tradizione d’accoglienza reale: sapere che

nelle diocesi ci sono già tra le 26mila e le 28mila persone accolte

dovrebbe farci riflettere per capire quanto stiamo enfatizzando un fatto solo perché li abbiamo bloccati lì.

Quante persone saranno accolte dalla Chiesa italiana e come?

La Chiesa italiana è disposta a prendere tutti quelli che hanno necessità di essere accolti,

non abbiamo fatto una questione di numeri.

Per noi era importante sbloccare una situazione oramai insostenibile. Abbiamo offerto un’accoglienza umanitaria. Nel momento in cui andiamo a redistribuire le persone sul territorio, l’applicazione del protocollo dipenderà da situazione a situazione. Questo è positivo perché si cercherà di fare progetti mirati che salvaguardino l’integrità della famiglia, ad esempio con i ricongiungimenti familiari. In queste ore a Messina si stanno aiutando le persone a dare le proprie generalità per essere accolte in maniera degna. A fronte della disponibilità offerta da tanti bisognerà guardare qual è il progetto. Questo sarà il compito delle prossime ore, per far sì che queste persone siano veramente accolte.

È successo con la nave Aquarius, ora con la Diciotti: qualcuno interviene per sbloccare una situazione di stallo perché i porti italiani vengono chiusi. Si può andare avanti in maniera estemporanea ed emergenziale, con il rischio che a pagare il prezzo più alto siano persone già vulnerabili?

Credo che ci siano livelli diversi di intervento: il livello della solidarietà e dell’emergenza ci sta tutto ma non è quello con cui possiamo affrontare fenomeni di questa portata, dove

la politica e la cultura del Paese devono interrogarsi e fare la propria parte.

Sono livelli che vanno uniti: non possiamo aspettare che maturino politiche o culture dell’accoglienza che superino la globalizzazione dell’indifferenza. Ben venga che nel momento in cui c’è una situazione che ci interpella ci sia una risposta. Ma questa è una risposta di supplenza. Non è “la risposta”.

La risposta di un Paese democratico matura attraverso ben altri processi.

Ma ritengo anche che risposte di solidarietà e di umanità come questa possono aiutare a sviluppare una cultura dell’accoglienza.

Il grande nodo europeo da sciogliere è però la Riforma del Regolamento di Dublino.

Non c’è dubbio. Siamo davanti ad un fenomeno enorme che non è più di emergenza. È una situazione con cui dobbiamo misurarci. Possiamo essere talmente miopi da chiuderci in una Europa fortezza ma in questo caso,

oltre a lasciare fuori le persone, moriamo noi dentro.

Oppure possiamo, con tutta la disponibilità possibile, trovare delle vie per

affrontare il tema secondo legalità e sostenibilità e metterci in gioco.

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