La festa del nostro Patrono ci richiama alle radici della nostra fede e della nostra identità cittadina. Sul Podium sancti Juliani, su questa collinetta dov’è ora il Duomo, legata al ricordo del Nostro Santo inizia la storia della città e della sua fede e chi vuol guardare avanti, per costruire solidamente il suo futuro, deve sapere chi è, da dove viene, qual è la sua storia.

Noi veniamo da un popolo che “temeva il Signore”, come ha detto la Prima Lettura. Non un popolo spaventato da un timore superstizioso, ma gente che prendeva sul serio Dio e la vita. Abbiamo, ciascuno di noi, una sola vita sulla terra, una sola preziosa occasione per fare di questa vita qualcosa di buono e di bello. Per portare un buon frutto, diceva il Vangelo. Questo vale per ogni singolo e vale per una intera città. Ogni giorno, ogni anno che ci è dato non tornerà e con esso saremo giudicati da Dio e dalla storia.

Guardare indietro per rimpiangere le occasioni perdute di bene e di costruzione positiva del futuro, non è saggio, ci porta solo a piangerci addosso con poco costrutto. Il Signore, come sempre, ci attende nel futuro.

Ma ci sarà un futuro per Macerata?

Parlando al recente incontro dei giovani Papa Francesco ha citato san Giovanni XXIII che diceva: «Non ho mai conosciuto un pessimista che abbia concluso qualcosa di bene».
Non è quindi né saggio né buono essere pessimisti, ma la fede nella Provvidenza «che tutto volge al bene per coloro che Dio ama» (Rm 8,28), non deve essere confusa con un atteggiamento passivo e fatalista. Certo: se il Vescovo ed i Preti fossero tutti santi, se gli Amministratori pubblici fossero tutti capaci e propositivi, se gli Imprenditori fossero tutti audaci e lungimiranti… le cose sarebbero più facili. Ma i limiti umani di un’Italia fatta di persone normali, con pochissime eccezioni, non autorizza nessuno a sedersi a lato della storia, brontolando e pretendendo come se tutto fosse dovuto, come se esistessero solo diritti e non anche doveri.

Il nostro Santo Patrono in una parte della sua vita traghettava le persone oltre la sponda del fiume. Il Papa ripete spesso che siamo a uno snodo della storia, a un cambio di epoca. C’è da passare alla sponda del domani, da ripensare la costruzione e lo sviluppo della città e del territorio. In questi tempi di passaggio, per traghettare su un fiume agitato è bene non appesantire la barca e cercare di remare insieme e possibilmente verso la stessa direzione. Sono i tempi in cui invece di discutere di cose secondarie, bisogna puntare a ciò che è solido e stabile nel tempo.

La Chiesa, con duemila anni di esperienza ha imparato che la vita umana e civile ha delle pietre miliari, dei punti fermi a cui riferirsi. Non ho timore a ricordarli, anche se ad alcuni possono apparire superati: la storia farà discernimento.
Prima di tutto la famiglia, che precede in dignità e importanza lo Stato e tutte le altre aggregazioni umane. La famiglia va difesa e sostenuta, altrimenti ci troveremo sempre incapaci di una assistenza efficace dei deboli, di una solida educazione dei piccoli, di una coesione sociale davvero stabile.

Poi il lavoro, diritto ma anche dovere, partendo dalla convinzione comune che ogni lavoro è degno quando ha le condizioni basilari di sicurezza, giustizia, rispetto dalla dignità della persona.

Infine la libera espressione del pensiero ed il coinvolgimento reale di tutti nella gestione dalla società. Anche questo è diritto e dovere, che chiama tutti alla responsabilità di cercare la verità e non le chiacchiere, i fatti e non le emozioni, la comprensione faticosa delle situazioni complesse e non la facile ricerca di slogan dove tutto il bene sta da una parte e tutto il male dall’altra.

In definitiva il consiglio che l’esperienza della Chiesa ci dà, per questo tempo di cambiamenti, è di essere uomini e donne adulti.

Il mondo delle favole, quando le favole sono belle e ben raccontate, può insegnare molto anche ai grandi. Vi inviterei, tra il serio ed il faceto, ad andare a rileggere la favola di Pinocchio, quel burattino che fatica così tanto a diventare una persona vera. Pinocchio credeva al gatto e alla volpe, che sostenevano il potere miracoloso del denaro di crescere come un albero senza dover lavorare. Credeva al paese dei balocchi, dove tutto era godimento senza fine e senza responsabilità. Credeva a una vita di tutte domeniche, senza giorni di scuola. Si ritrovò prima asino e poi in fondo al mare.

Mons. Montini, il futuro Papa Paolo VI che presto sarà proclamato santo, nel 1943, in un altro tempo di grandi cambiamenti per la nostra terra italiana, ispirava questi pensieri ai giovani universitari cattolici: «Mirate a diventare uomini liberi e padroni della realtà, che attraverso la ragione interpretano e comprendono la volontà della Provvidenza e si inseriscono in modo ordinato, ottimista e creativo, nel flusso dalla Storia e del mondo».
Buona festa di San Giuliano.

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