Chi aiutare tra tanti? Scegliemmo i più piccoli. Don Luigi Carrescia, da 25 anni in America Latina

Il desiderio del sacerdote si manifesta sempre più forte già a partire da alcuni anni prima, non sapendo che quel viaggio lo avrebbe portato a rimanere per ben venticinque anni in Brasile, terra che ormai sente come casa sua. Nel corso di questi anni il sacerdote ha aiutato e rivitalizzato il territorio dando vita alla Fondazione Emaus, costruendo una struttura per il doposcuola dei bambini e mettendo in piedi numerose iniziative che hanno avvicinato le comunità locali alla fede

di Matteo Rossin

La storia missionaria di don Luigi Carrescia, nato a Santa Maria Nuova, in provincia di Ancona, inizia nel 1993 quando la sua volontà più grande diventa realtà: partire in missione per aiutare le persone in difficoltà in un’altra parte del mondo. Il desiderio del sacerdote si manifesta sempre più forte già a partire da alcuni anni prima, non sapendo che quel viaggio lo avrebbe portato a rimanere per ben venticinque anni in Brasile, terra che ormai sente come casa sua.

Nel corso di questi anni il sacerdote ha aiutato e rivitalizzato il territorio dando vita alla Fondazione Emaus, costruendo una struttura per il doposcuola dei bambini e mettendo in piedi numerose iniziative che hanno avvicinato le comunità locali alla fede; basta dare un occhio al sito per conoscere i tantissimi progetti portati a termine negli anni: www.missionebrasileonlus.it.

A maggio don Luigi ha fatto ritorno nella sua terra natale per un breve periodo, abbiamo quindi colto l’occasione per intervistarlo.

Partiamo dal 1993 quando ha iniziato la sua missione in Brasile, com’è nato questo desiderio?
Il mio desiderio di evangelizzare e di partire in missione per aiutare gli altri a incontrarsi con Cristo nacque prima del 1993, infatti, già molti anni prima iniziai a manifestare al vescovo padre Oscar il desiderio di andare fuori dalla diocesi di Jesi per aiutare le persone in difficoltà.

Ha deciso fin da subito di andare in Brasile?
Inizialmente pensai all’Africa ma non conoscendo l’inglese e le numerose lingue locali che sarebbero potute essere un problema per la comunicazione, pensai all’America Latina e iniziai subito a studiare lo spagnolo con un corso di lingue per potermi preparare un po’. In quel periodo ero direttore dell’Ufficio missionario della diocesi e durante un incontro con le altre diocesi, comunicai la bella notizia della mia partenza, in quell’occasione venni a sapere che a breve don Marco Presciutti di Fano sarebbe partito per raggiungere in Brasile don Paolo Tonucci, da solo e impegnato con una parrocchia enorme, da lì, quindi, la decisione di partire insieme per Camaçari.
In seguito, andai a Verona per seguire il corso di preparazione, della durata di due mesi, per coloro che sarebbero partiti in missione in qualche parte del mondo, assolutamente fondamentale per avere un’infarinatura generale e non partire sprovveduti.
Durante questo periodo venni a sapere che don Paolo avrebbe fatto ritorno in Italia per un po’, lo incontrammo e ci disse di partire ugualmente perché là avremmo trovato Delia Boninsegna, missionaria laica di Merano, che ci avrebbe aiutati e introdotti; così facemmo,

partimmo per Camaçari dove poi restai fino al 2002 quando a malincuore don Marco fece ritorno in Italia.

Nel 2003 il vescovo della diocesi di Salvador Bahia decise di dividere il territorio in due entità: la città di Camaçari con la fascia rurale e l’immediata periferia, quest’ultima assegnata a me e in cui avremmo creato la nuova Parrocchia São Bento.

Negli anni ha realizzato tantissimi progetti, che ruolo hanno avuto nelle comunità?
In venticinque anni c’è stato un cambiamento impressionante e un’estensione demografica molto grande, a livello pastorale i primi anni non sono stati facili, anche per la lingua, essenziale per poter comunicare. Don Marco fu fondamentale perché molto preparato, formato ed equilibrato, infatti riuscì a introdurre moltissimi giovani nella comunità.

Per quanto riguarda gli aiuti, in un primo momento iniziammo con l’aiuto alle famiglie individuando quelle più bisognose e dando loro alimenti basici, successivamente fondammo l’associazione Abito mediante la quale costruimmo una scuola per i bambini più piccoli.

Non fu semplice poter capire chi aiutare vista la situazione molto delicata, così in seguito ci concentrammo sui bambini, il futuro del mondo, dedicandogli la maggior parte delle nostre energie.

Nel 2003 inizia un nuovo percorso.
Nel 2003 mi spostai nella nuova area dove iniziammo con l’avvicinamento delle persone alla fede mediante ad esempio la preparazione per i genitori al battesimo e incontri per le comunità con corsi di formazione per i laici.

Un’esperienza molto bella furono le missioni popolari che ottennero una risposta molto forte, fummo orgogliosi e meravigliati per il riscontro di quella operazione da parte delle comunità.

Importante fu anche l’istituzione del doposcuola, aperto ai bambini sia la mattina sia il pomeriggio così da permettere una maggiore partecipazione a seconda dei diversi orari scolastici; ad esempio, quest’anno abbiamo una maestra molto preparata che segue i ragazzi nel ripasso delle materie scolastiche e nelle attività ludiche per cercare di aiutare il più possibile le varie comunità.

Qual è stata la soddisfazione più grande in questi 25 anni?
Non saprei, difficile rispondere a questa domanda, dal 1993 sono state fatte tante cose, forse direi l’esperienza delle missioni popolari, ma ci sono state molte soddisfazioni.

Se potesse tornare indietro ritornerebbe in Brasile?
Assolutamente sì, ormai qui mi sento un pesce fuor d’acqua.

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