Arriva settembre, ma la scuola rimane agli ultimi banchi dell’interesse politico

Tra pochi giorni si aprono le scuole con centinaia di Reggenze e tante cattedre vuote

La scuola sembra sprofondare sempre più nel dimenticatoio dei programmi politici. Tra pochi giorni si aprono le scuole con centinaia di Reggenze e tante cattedre vuote. Le classi rimangono numerose e l’edilizia scolastica è almeno sconcertante, se si pensa che ci sono ancora scuole con scale a chiocciola e non nel Sud del mondo ma, ad esempio, a Macerata! Abbiamo un nuovo Governo quello del Cambiamento che per ora ha portato una straordinaria novità: nel discorso programmatico al Senato, il neo-primo ministro Conte non ha pronunciato una sola parola sulla “scuola”. Poi si è parlato di intervenire sui nodi critici della “Buona Scuola”. Domanda: quali sono i nodi critici? Ho sentito parlare di stakeholders gergo ancora una volta economista. La china in discesa della scuola italiana è iniziata lì, quando abbiamo voluto trasformare lo studente in cliente, la scuola in azienda con un Dirigente, cioè un’impresa. Un’impresa con pochi soldi dove ora tutti si affannano a preparare Pon spesso insignificanti e educativamente poco qualificanti ma che servono per dividersi qualche briciola della torta o una grande fetta.

Oggi il nuovo Ministro ha già detto che ci saranno insegnanti di Educazione Fisica nella scuola elementare. E già, lui è stato un insegnante di educazione Fisica, quando Ministro era la Carozza mise un’ora in più di chimica, la Fedeli, che probabilmente qualche difficoltà aveva nella stesura del tema, elimina il tema dagli esami di terza media. Qualcuno che guardi al mondo della scuola negli aspetti educativi e cognitivi, che ripensi a una nuova struttura del sistema scolastico italiano, senza buttare tutto il vecchio alle ortiche, ma sapendo conciliare con il nuovo che avanza, potrà mai vedersi all’orizzonte della politica italiana? Qualcuno che ascolti la voce degli insegnanti, dei presidi, del personale Ata, di chi nella scuola vive e opera.

Rivedere, ad esempio i Decreti Delegati, la partecipazione dei genitori a scuola che deve essere corresponsabilità educativa e non sterile o violenta critica, la necessità di equipe psicopedagogiche stabili negli Istituti. Bisogna rivedere i tanti totem sbandierati oggi in un groviglio didattico senza spessore, due come esempio: l’abbandono della fideistica fiducia nell’uso delle nuove tecnologie e il ridimensionamento dell’idea di “competenza” che è stata inutilmente e scioccamente contrapposto alla conoscenza. Bisognerebbe, soprattutto, curare la comunicazione relazionale tra chi impara e chi insegna. Essere un insegnante non è un lavoro come un altro, si ha in mano la crescita delle donne e degli uomini di domani, si ha in mano la crescita della persona.

È arrivato il momento di fermarsi, di fare silenzio, di riflettere, senza proclami ma di concentrarsi su alcuni snodi fondamentali:

  1. La scuola materna è importantissima. Bisogna lavorare in modo selettivo, lasciando perdere la bulimia educativa che fa sì che bambini piccolissimi vengano adultizzati precocemente, il gioco resta l’elemento fondamentale di crescita;
  2. Bisogna ridare centralità al linguaggio, perché è il linguaggio che ci rende umani. Oggi ancora più importante perché l’uso che se ne fa, ad esempio nei social, è spesso fuorviante, ambiguo, volgare, superficiale. Certo che in questo momento i ragazzi ascoltano testimonianze di un linguaggio, penso a quello usato dal nuovo Ministro dell’Interno, che niente ha di relazionale, ma è senza spessore, formato da spot a effetto, un linguaggio che non include, ma esclude e che divide;
  3. Bisogna abbandonare l’ossessione valutativa, pensare una valutazione che tenga anche conto del vissuto e delle potenzialità dell’alunno;
  4. C’è bisogno di ripensare una nuova Scuola Media che sia fortemente centrata sull’orientamento favorendo le caratteristiche di ogni singolo alunno;
  5. Bisogna pretendere di lavorare con piccoli gruppi di allievi e non con classi pollaio, perché solo la circolarità della comunicazione può interpellare ognuno in prima persona;
  6. Importante è che gli insegnanti abbiano coscienza del proprio ruolo e non diventino stanchi esecutori d’indicazioni ministeriali che sono, anno dopo anno, governo, dopo governo, sempre più irrealistiche e confuse;
  7. Ridare dignità al Collegio Docenti, non sudditi del Dirigente scolastico di turno. Molti insegnanti ciò che devono fare per salvare la scuola lo fanno ogni giorno. Ma troppi tirano a campare, subiscono, mettono la polvere sotto il tappeto, rinunciano ad esprimere un punto di vista critico sul proprio lavoro perché, in fondo in fondo, pensano che quella critica li sminuisca. Invece solo chi lavora a scuola è in grado di cogliere i limiti del nostro sistema educativo e prospettare e indicare soluzioni;
  8. L’indisciplina e la violenza sono entrate prepotentemente nella scuola. Perché? Spesso c’è disagio sociale ma sono le famiglie allo sbando o in difficoltà, incapaci ai “no” che aiutano a crescere, così si formano personalità fragili o arroganti. La scuola oggi più di ieri deve ritornare ad essere luogo di apprendimento e di educazione, luogo del pensiero, della riflessione, delle parole, della musica, della bellezza, un luogo di libertà, di creatività, d’impegno dove ad ognuno sia data la possibilità di scoprire la straordinarietà del conoscere, dove trovare risposte di senso, attenzione e cura in modo particolare per chi fa più fatica a camminare. Una scuola dove “i meccanismi della costituzione democratica sono costruiti per essere adoperati non dal gregge dei sudditi inerti, ma dal popolo dei cittadini responsabili: e trasformare i sudditi in cittadini è miracolo che solo la scuola può compiere (Piero Calamandrei)”.

Questo resta sempre il miracolo da compiere. Buon inizio di anno scolastico a tutti in particolare, ai bimbi che per la prima volta varcano la porta della scuola e a quelli che chiuderanno la loro esperienza scolastica.

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