Come torneremo agli impegni consueti, ora che l’estate è finita? Cosa rimarrà dei luoghi che ci hanno incantato, degli incontri inattesi, delle letture di cui ci siamo nutriti?

L’esploratore norvegese Erling Kagge, nel libro “Camminare”, descrive l’ebbrezza di sentirsi immerso nella natura circostante. Ciascuno, dice, può essere sedotto da un attimo fuggente: intuire di far parte di qualcosa di molto più grande rispetto al proprio ruolo di lavoratore, contribuente e padre di famiglia. Già, ma cosa resta di queste tracce di infinito quando si torna a casa? Una distrazione eccentrica, o piccoli semi destinati a mettere radici? Durante l’estate abbiamo viaggiato molto.

Qualcuno ha attraversato a fatica torbiere di alta montagna, con gli scarponi che affondavano in cuscini di sfagno gonfi di acqua. Ha respirato nuvole basse, accompagnato da una pioggia leggera. Passo dopo passo, con il respiro un po’ in affanno, ha raggiunto una pietraia scoscesa, e poco più in alto, infine, un rifugio circondato da rocce innevate. Ha seguito, questo viandante, il consiglio di Erling: quando le energie sono poche e manca la lucidità, è necessario fare un passo alla volta, lottando contro l’ossessione di raggiungere la meta a tutti i costi. Altri hanno vagato nella penombra della Mezquita, la grande moschea di Cordoba che nasconde al suo interno una cattedrale. Hanno perso il senso dell’orientamento, nella selva di colonne e di archi sovrapposti che simboleggiano le palme del deserto. Un labirinto da percorrere lentamente, come pastori erranti. Custodendo parole sacre, sussurrando il nome del proprio Dio. Cristiani e musulmani, un passo dopo l’altro.

Qualcun altro, infine, è giunto dalle parti dell’Hotel House. È un ambulante di colore. Si è confuso tra le famiglie spiaggiate in riva al mare, con frigo a seguito e ombrellone di fortuna. Il chiosco è affollatissimo, la gente si accalca, è ora di pranzo. I due barman si muovono con rapidità, un’ordinazione dietro l’altra. Lo spazio è stretto. Potrebbero ostacolarsi, e invece disegnano traiettorie di bottiglie e tazzine come piloti di Formula Uno. Il giovane africano attende con pazienza, e al primo segno di incertezza della folla alza la mano. Chiede in un italiano dolce: «Un bicchiere d’acqua, per favore!». Uno dei baristi lo osserva di sfuggita, e gli chiede: «La vuoi liscia o gassata?». Poi si ferma, attende la risposta, e infine gli allunga un bicchiere colmo di acqua fresca, prima di tuffarsi nuovamente tra le braccia invocanti dei clienti.

Che bello questo gesto di delicatezza distratta… Forse non tutto è perduto. Il giovane, dopo avere ringraziato, si dirige all’inizio della spiaggia, dove i sassi del ripascimento lasciano il posto al pietrisco accumulato al bordo del marciapiede. Alla periferia di tutto, non potrebbe essere altrimenti. Si copre il viso con un cappello e si distende all’ombra di una tamerice. Lo stesso albero che Abramo piantò nel paese dei Filistei. Paese dove, racconta la Bibbia, il patriarca visse da straniero per molti anni. Uno zaino leggero, e un bicchiere di acqua fresca: sembra poco, ma è tutto ciò che ci occorre. I nostri impegni ci chiamano. Un passo alla volta, possiamo ripartire.

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