La chiave per educare i giovani alla fede: stabilire una relazione personale duratura

Il tempo dell’educazione non è finito, ma è un tempo nuovo, che necessita di educatori disposti non solo ad affidarsi all’incertezza di una ricerca, ma disposti anche a studiare, a formarsi, a “lavorare” sulle esperienze vissute. L’auspicio è che il prossimo Sinodo non solo accresca l’attenzione ai giovani, ma incoraggi quanti sono disposti a dedicarsi con rinnovata passione a reinterpretare le forme della loro educazione alla fede

di Paola Bignardi

Nella comunità cristiana è forte la consapevolezza della responsabilità nei confronti della crescita nella fede delle nuove generazioni; dal modo con cui la prospettiva della vita cristiana riuscirà ad affascinare e convincere ragazzi e giovani dipenderà il futuro della fede e della stessa Chiesa. Tuttavia lo smarrimento che gli adulti provano nei confronti di questo compito è veramente grande: essi si rendono conto di quanto il mondo dei giovani sia lontano dal loro e di quanto la loro sensibilità religiosa abbia forme espressive indecifrabili da parte di chi è cresciuto in un clima culturale ed ecclesiale diverso dall’attuale. La generazione di “Dio a modo mio” è incredula o ha un modo di sentire i valori religiosi proprio e diverso da chi li ha preceduti? E come entrare in una relazione educativa con chi pensa a Dio non a partire dalla Chiesa e dai suoi insegnamenti, ma dal proprio mondo emotivo? Dal proprio desiderio di incontrare un Dio vivo, personale e vicino?

Affrontare queste questioni in vista del futuro è cruciale.

Per questo, l’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo, dopo aver chiuso l’indagine sul mondo religioso giovanile si è dedicato ad un’analoga ricerca su quanti, a educare alla fede, ci provano! Educatrici ed educatori, genitori e catechisti, sacerdoti e insegnanti che hanno raccolto la sfida con se stessi: trovare forme nuove per entrare in comunicazione e accompagnarsi ai giovani in un cammino di ricerca verso e dentro la fede.

Le 165 lunghe interviste dell’indagine, ora pubblicata nel volume “Il futuro della fede. Nell’educazione dei giovani la Chiesa di domani”, ritraggono una realtà vivace, creativa, appassionata, aperta. Gli educatori più efficaci sono quelli che hanno preso atto della fine di un modello di educazione alla fede uguale per tutti; sono consapevoli che questo tempo, rassicurante e un po’ ripetitivo, è finito. Oggi si è educatori se si è disposti e capaci di adattarsi alle domande dei giovani, se si è capaci di partire da loro e dai loro interrogativi; anzi, se si ha la pazienza di far emergere domande che forse sono sepolte nella coscienza, confuse, che fanno paura e per le quali spesso mancano le parole, perché il mondo interiore è misterioso, soprattutto per coloro che non sono abituati a frequentarlo.

Accanto ad alcuni giovani – pochi – che si potrebbero definire più tradizionali, che stanno ancora dentro i canoni educativi consolidati (catechesi, pratica religiosa settimanale o quasi, partecipazione alle iniziative della parrocchia…) vi è una vasta realtà giovanile più sfuggente.

Con questi giovani sanno mettersi in relazioni quegli educatori che sono capaci di empatia e di un progetto meno strutturato, più sperimentale, più sensibile alle provocazioni dei giovani più periferici rispetto alla pastorale della comunità.

Quattro sono i tipi di proposte più ricorrenti: la relazione personale; il coinvolgimento in esperienze concrete, soprattutto di carità e di volontariato; esperienze residenziali prolungate, in cui l’impegno di una vita cristiana comunitaria viene vissuto nel contesto ordinario delle proprie giornate di scuola, università o lavoro; e infine il pellegrinaggio, nella forma vissuta dai giovani che nello scorso agosto si sono recati a Roma per l’incontro con Papa Francesco. Tra queste esperienze, certamente la più semplice e la più impegnativa al tempo stesso è quella che vede gli educatori disposti a stabilire con alcuni giovani una relazione personale duratura, che nel tempo diviene accompagnamento e discernimento.

Opportunità semplice e tuttavia impegnativa, dal momento che all’educatore richiede disponibilità di tempo, competenza nell’ascolto, capacità educative abbastanza raffinate. E soprattutto contrasta con il bisogno che alcuni hanno di vedere attono a sé numeri significativi. Ma questa è la forma che i giovani desidererebbero di più, per uscire da quella solitudine che dichiarano essere la loro principale fonte di disagio.

L’indagine conferma che il tempo dell’educazione non è finito, ma è un tempo nuovo, che necessita di educatori disposti non solo ad affidarsi all’incertezza di una ricerca, ma disposti anche a studiare, a formarsi, a “lavorare” sulle esperienze vissute.
L’auspicio è che il prossimo Sinodo non solo accresca l’attenzione ai giovani, ma incoraggi quanti sono disposti a dedicarsi con rinnovata passione a reinterpretare le forme della loro educazione alla fede.

Print Friendly, PDF & Email

Comments

comments