Luigi Accattoli: intervista a emmetv sull’accordo Vaticano-Cina

In un’intervista rilasciata ad emmetv, il giornalista vaticanista Luigi Accattoli, spiega dettagli e contenuti dell’ accordo Vaticano-Cina.

Basso profilo. Perché l’accordo è stato firmato da rappresentanti di secondo piano, cioè a livello di viceministri?

Per la Santa Sede l’ha firmato Antoine Camilleri, sotto-segretario per i Rapporti con gli Stati, e per la Cina Wang Chao, viceministro degli Esteri: sono due mondi antichi che s’incontrano per la prima volta ed è comprensibile che ci vadano prudenti.

Testo segreto. Come mai il testo dell’accordo non è stato pubblicato?

E’ un’altra prudenza. Sia nella Chiesa Cattolica sia nella Cina comunista l’avvicinamento dei due mondi ha nemici agguerriti. La pubblicazione di un testo necessariamente provvisorio avrebbe fornito argomenti agli oppositori. Inoltre sia il mondo vaticano sia quello cinese amano il segreto.

Provvisorio. Perché dice che il testo doveva essere necessariamente provvisorio?

Perché è impresa nuova ed è indispensabile prevedere aggiustamenti a seguito di una prima fase sperimentale. E’ normale che accordi inediti – specie tra interlocutori che patteggiano per la prima volta – siano presi in via provvisoria, “ad experimentum”, mettendo in conto verifiche e correzioni.

Contenuti. Che sappiamo dei contenuti dell’accordo?

Ne abbiamo una conoscenza sostanziale per indiscrezione, sulla base di quanto si veniva a sapere lungo le diverse fasi del lungo itinerario di avvicinamento che le due parti hanno compiuto: sono una trentina d’anni che vi sono contatti e mosse e contromosse su questo tema cruciale della nomina dei vescovi. Vi sono stati periodi in cui si riusciva a ottenere per vie di fatto, pragmatiche, scelte di vescovi sostanzialmente condivise e periodi invece conflittuali. L’accordo è venuto a normare quanto già sperimentato nelle fasi di migliore collaborazione.

Procedura. Come può essere descritta la procedura cui lei allude?

Una prima fase di indicazione di candidati da parte delle comunità locali, con un ruolo specifico riconosciuto al clero e ai religiosi; la verifica che non vi siano riserve da parte delle autorità dello stato sia locali sia nazionali; la decisione finale della Santa Sede. Se la procedura non sbocca a un accordo si riparte da zero, con altre candidature.

Sette riammessi. Che vuol dire che il Papa ha “riammesso alla piena comunione ecclesiale” sette vescovi promossi dal regime e che ancora non ne godevano?

Erano gli ultimi sette non ancora legittimati: negli anni recenti, sotto i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, erano stati una quarantina i vescovi nominati dal governo e ordinati senza il mandato papale che erano stati via via legittimati su loro richiesta. La legittimazione ha come primo obiettivo la pacificazione delle comunità locali, che invece erano restate divise dalle nomine conflittuali, cioè quando il candidato del Governo non era accettabile per il Papa, o quando il designato dal Papa era respinto dal Governo. La legittimazione degli ultimi sette comporta una passo d’avvicinamento da parte della Santa Sede ma anche un passo da parte del Governo, che così prende atto fattualmente della necessità che le nomine abbiano il riconoscimento papale. Una sanatoria del passato che prefigura il futuro.

Niente statistiche. Quanti sono i cattolici e quanti i vescovi in Cina?

Non ci sono statistiche. Forse 15 milioni di cattolici e un centinaio di vescovi. L’Annuario Pontificio elenca 20 arcidiocesi, 86 diocesi, 34 prefetture apostoliche: dunque centoquaranta comunità locali guidate da vescovi o altri ordinari con facoltà analoghe a quelle dei vescovi. Ma al nome delle circoscrizioni non segue quello dell’ordinario: al posto del nome troviamo dei puntini. Uno degli acquisti dell’accordo sarà la conoscenza della situazione reale e la pubblicazione dei nomi.

Nel segno di Matteo Ricci. In questo accordo c’è un segno personale dell’uomo Bergoglio?

Sì è il segno dell’audacia apostolica tipica dei Gesuiti. Lo stesso segno che animò il gesuita Matteo Ricci nella decisione di farsi cinese per entrane in Cina nell’anno 1600.

Impresa rischiosa. Se parla di audacia apostolica vuol dire che ci sono dei rischi?

L’impresa è rischiosa. Il governo cercherà di imporre la sua linea nelle nomine. Ma le comunità ecclesiali cinesi sono forti: hanno un’esperienza martiriale lunga e diffusa che le aiuterà ad aiutare il Papa in questo confronto. Spesso i sacerdoti che hanno accettato le imposizioni governative – e anche le promozioni episcopali senza il mandato papale – l’hanno fatto ritenendo quella scelta necessaria per garantire i sacramenti ai fedeli. Per tanti l’accordo è l’uscita da un incubo. Per altri al momento l’incubo è l’accordo. La scommessa apostolica è che il nuovo cammino aiuti a sanare le ferite.

Si dimetta. Come commenta le parole del cardinale Zen Ze-kiun, emerito di Hong Kong, che ha descritto l’accordo come “un tradimento”, e ha detto che il cardinale Parolin “dovrebbe dimettersi”, aggiungendo “non penso che abbia fede”.

Preferisco non commentare. Ma ricordo che c’è un altro cardinale cinese, Tong Hon, successore di Zen a Hong Kong e ora anch’egli emerito, che invece ha un buon apprezzamento dell’accordo, della cui negoziazione è stato attivo accompagnatore. Conosco Parolin dal 1992 e ne ho stima. Si occupa di Cina da quasi trent’anni.

Linguaggio social. La richiesta delle dimissioni avanzata da un cardinale che effetto può avere?

Nessuno. L’ex nunzio Viganò ha scritto che il Papa stesso dovrebbe andarsene e l’ha scritto in maniera più perentoria rispetto a Zen: “Si dimetta”. Oggi anche gli ecclesiastici sono tentati dal linguaggio brusco dei social che sopperisce agli argomenti con le grida: si vergogni, si nasconda, si dimetta.

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