“Fernanda e i cuori induriti”

di M.L.R. (ESCLUSIVA per EMMETV)

Dovevo uscire per delle spese, quando una persona vicina di casa mi ha chiesto se per favore passavo nella casa di riposo per portare a Fernanda alcuni oggetti che aveva chiesto.
Nella fretta l’ unica cosa che ricordavo era il nome Fernanda e casa di riposo, luogo non difficile da trovare in un paese come il mio. Non vi ero mai entrata, non perché insensibile ma perché tornata dalla Missione, stavo riordinando la mia vita. Il tempo era trascorso veloce e l’Italia era cambiata dopo quarant’anni di assenza. Il mio ultimo periodo della mia vita m’impegnava a leggere una realtà totalmente nuova per dirigere bene le scelte in quello spazio di tempo che ancora mi si concedeva.
Ho fatto fatica a trovare l’entrata principale, ma soprattutto mi sono persa tra un piano e un altro in una platea di persone in carrozzina o con il bastone, che vagavano qua e là. Finalmente ho avvistato un camice bianco e una persona molto gentile che sorridendo mi ha detto: “Ma chi non conosce Fernanda? Qui ne abbiamo una sola”. Quasi ad indicarmi la sua unicità.
Fiduciosa mi sono aggrappata alla mia accompagnatrice anche perché il tempo stringeva e gli impegni erano tanti. Mi ha condotto in una ampia stanza, bella e luminosa, la televisione accesa e due letti. Lì in una sedia a rotelle c’era Fernanda. Le ho mostrato le cose che aveva chiesto, ma lei insisteva che mancava il filo da imbastire che le avevano preso, anzi “rubato”. L’ho tranquillizzata, mostrandogli del filo da cucire, ma lei molto chiaramente mi ha fatto capire che quello non era il filo che cercava e ha iniziato a descrivere il gomitolo che non aveva più ritrovato. Poi scrutandomi con voce alta mi ha chiesto chi ero, da dove venivo e via una serie di domande. Mi ha pregato di sedere, ciò che ho fatto senza fiatare, malgrado le mie ginocchia fremevano per andar via. Ha iniziato a destreggiarsi nella sua sedia e con abilità mi ha mostrato dove si doveva trovare il suo gomitolo.
Il tempo trascorreva, ho cercato di farle capire che me ne dovevo andare e che sarei tornata con più calma. Allora ha spinto in fretta la sedia a rotelle come per accompagnarmi. L’ho aiutata, quel gesto mi ha ricordato i miei tre anni trascorsi nelle case di riposo e soprattutto l’anno, uno dei più belli della mia vita, quando ho lavorato in un reparto per malati psichiatrici.
Poi Fernanda con abilità si è mossa in tutti gli atri a me sconosciute e mi ha mostrato, la sala della televisione, la sala dove si può leggere e infine l’ascensore: “Ti accompagno mi ha detto risoluta”, le ho risposto che fuori faceva ormai freddo, ma lei quasi urlando voleva a tutti costi scendere con me. L’ho lasciata in mano di un’assistente, promettendo a lei e a me stessa che sarei ritornata.
Per un momento ho ricordato tutte le case dove ho lavorato, ma non solo, mi sono chiesta come sempre: “Ma i figli dove sono?”. Una latitanza inspiegabile, un’assenza dolorosa premio beffardo di una vita spesa tra i fornelli, tra i panni da lavare, camice da stirare, pranzi da allestire, compleanni da festeggiare, sorrisi sparsi a grandi mani e lacrime versate nel nascondimento.
Certamente non bisogna generalizzare, non tutte le varie patologie sono gestibili in una famiglia.
Quanti “ospiti” avete? Avevo domandato alla signora che mi aveva guidato: “Ottanta, anzi quasi novanta”. “Un medico?” – ho chiesto- “No ognuno ha il suo medico di famiglia”.
E nella mia impertinenza mi sono spinta oltre: “Ma quante persone sono a letto e non possono alzarsi”. Molte mi ha risposto laconicamente la gentile signora.
Non sono andata oltre per non sembrare indiscreta, ma mi sono chiesta quanto personale gestiva quell’esercito di bambini abbandonati.
Conosco fin troppo bene tutto questo sistema per cadere nel tranello delle apparenze anche strutturali. E non m’illudo che una semplice visita e un semplice gesto volontario possa cambiare queste strutture. Certo la “carità” è un dono gratuito che non calcola e non fa somme, ma neanche può diventare così cieca di fronte a situazioni come quelle in cui Fernanda vive.
Sì i giovani sono abbandonati e non trovano lavoro ed emigrano ma gli anziani che sono la maggioranza della popolazione italiana, dove sono? Quali sono le loro condizioni? Perché così pochi restano con i propri figli? Non hanno fatto abbastanza per meritarselo e per pretenderlo. In realtà in questa società essi sono diventati un peso, un fardello da cui disfarsene. Sembrerebbe retorica ma non lo è. Io sono cresciuta in una famiglia dove la nonna, per quanto difficile fosse la convivenza, era una figura rispettata, anzi, la sua presenza per me è stata un aiuto prezioso: favole, racconti, giochi, esercizi per imparare a fare la maglia ed infine la ripetizione delle domande del catechismo a memoria, visto che non sapevo leggere e dovevo per forza fare la Prima Comunione.
Non pretendo esaurire tutto l’argomento in queste poche righe suggerite da un volto concreto: Fernanda.
Molti diranno che il problema è complesso, che la cultura è cambiata e che ragiono con parametri di altri tempi. Non importa sono giunta dalla Missione da poco tempo e nonostante tutto, vedo che manca tanta formazione che aiuti a ragionare le persone per non cadere nel tranello delle soluzioni facili, che tranquillizzano la coscienza, ma niente smuovono nei cuori, perché alla fine di questo si tratta di un indurimento di cuore, un cuore duro come la pietra che non si chiede più se quello che stiamo facendo sia un gesto dettato dalla carità o dal compiacimento di noi stessi. Costa, infatti, molto di più denunciare atteggiamenti, non dico poco caritatevoli, ma incivili, che stare a guardare indifferenti le tante Fernande che incontriamo nelle case di cura.
Carità e giustizia, camminano di pari passo, altrimenti si diventa complici di un sistema iniquo e perverso che relega in luoghi apparentemente perfetti persone che hanno speso tutta una vita per i figli, mentre noi magari ci sentiamo a posto perché facciamo una visita settimanale in quei luoghi e aiutiamo gli anziani a mangiare la loro minestrina quotidiana.

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