Uno degli obiettivi della Lettera pastorale dei vescovi toscani “La forza della parola” a cinquant’anni dalla morte di don Lorenzo Milani è quello di alzare il velo su una questione di grandissimo rilievo e che continuerà a sfidarci per molti anni a venire, quella della parola e dell’educazione. Ma anche di saldare così il debito di riconoscenza accumulato nei confronti dell’esperienza e dell’insegnamento del Priore di Barbiana. In questo senso per lo scrittore Eraldo Affinati, chiamato a presentare la Lettera nella sede della Facoltà teologica dell’Italia centrale, “ogni parola in don Milani è frutto di una passione profonda. È una parola legata all’esperienza, che nasce e prende forza dall’angustia di un luogo come Barbiana”. E non basta, a giudizio di Affinati, il tema della giustizia sociale. L’attenzione ai poveri per don Milani significava “prendersi cura dello sguardo altrui, sporcarsi le mani, mettersi in gioco”, convinto anche che “la Chiesa non è una polizza d’assicurazione per salvarsi la vita”. Tutti principi “che prendono forza tra le galline”, in un ambiente dove la stessa scuola non significava trasferire sugli studenti un contenuto, bensì proporre “un’avventura conoscitiva”. In quanto al rapporto con la Chiesa, “don Milani, soprattutto negli ultimi mesi della sua vita, chiedeva quel riconoscimento che in fondo solo Papa Francesco gli ha concesso”.

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