di Lucia Gentili
“Molla tutto e seguimi”. E’ partito da qui il viaggio per la Terra Santa. Prima di approdare sul Lago di Tiberiade, la nostra barca è salpata da Tolentino. Al timone padre Giuseppe Prestia, che mesi (per qualcuno anni) addietro ci ha chiesto se avessimo da mangiare. “Getta le reti dalla parte destra”, aveva detto a ciascuno, come Gesù ai discepoli. E noi, affamati, ci siamo fidati e affidati.
Non è stato semplice, come in ogni viaggio. Ma siamo partiti, e abbiamo intrapreso il cammino sulle Sue orme.
Dall’11 al 19 agosto 119 pellegrini, dai 5 mesi di vita agli over 60 (due persino nel grembo di mamma) provenienti da tutta la provincia di Macerata, hanno ripercorso le tappe di Gesù. Prima, però, è stato necessario visitare la Santa Casa di Loreto, per chiedere l’intercessione di Maria, la Madre, colei che ha detto il primo sì. Due guide ci hanno aperto la strada: padre Giuseppe, ovviamente, per la parte spirituale e Roberto Rita della Orantes Pellegrinaggi di Roma per storia e archeologia. Con l’aiutino di suor Sacci, di Gerusalemme, per aprire le porte.

Lago Tiberiade

Dal lago di Tiberiade, con due ore di sonno alle spalle, alla casa dell’amicizia di Marta, Maria e Lazzaro a Betania, dal prendere coscienza di tutta la nostra povertà alla scoperta che è quella stessa povertà a salvarci e farci risorgere, abbiamo attraversato Cafarnao, Seforis, Cana, Nazareth, Monte Tabor, Sabastya, Betlemme, Hebron, il Deserto della Giudea, il fiume Giordano e, finalmente, siamo arrivati a Gerusalemme, al Monte degli Ulivi.

 

Chiesa crociata Seforis

Niente per caso. Prima di giungere nella Città Santa è stato necessario gettarle quelle reti e passare per il deserto, per il Nulla, uscire dall’Egitto. Morire per vivere. E’ stato necessario – e dolcissimo – comprendere che dentro ogni fatto della nostra vita c’è una parola di Dio, che nessuna pagina deve essere strappata. E’ stato duro – ma pur sempre necessario – capire la nostra piccolezza, il doversi mettere “a servizio”, come la suocera di Pietro che, presa per mano, risollevata e guarita da Gesù, rende gloria a Dio mettendosi a servire a tavola.

Deserto

Una tavola, quella della Chiesa, che è stata il fil rouge del viaggio. Non tanto per le magnate tutti insieme (che pure ci hanno regalato bei momenti), ma per scoprire lo stare in Comunione, l’essere parte di una Storia e di una famiglia, l’essere figli di un Padre, l’alzare lo sguardo per vedere l’altro e vedere il Cielo. Se il vino manca si può ritrovare: basta non trascurare semplici gesti della quotidianità e lasciarsi fecondare, “farsi fare da Lui”. Dio ci chiede obbedienza e fedeltà, pur amandoci già così come siamo. Belli e contraddittori come Gerusalemme, culla delle tre grandi religioni abramitiche.
Ogni momento è stato una grazia: dal rinnovo delle promesse matrimoniali a Cana a quello delle promesse battesimali sul Giordano, dall’alto del Monte Tabor per cambiare lo sguardo alla tomba di San Giovanni Battista per non avere più paura. L’“Eccomi” di Maria a Nazareth e il mistero dell’incarnazione di Dio, che si è fatto appunto carne nella grotta della Natività, il miracolo della Pentecoste con la discesa dello Spirito Santo nel Cenacolo ci hanno spiegato che “niente è impossibile a Dio”.

Teatro Catechesi

Abbiamo ascoltato tredici catechesi, basate sulle dieci Parole (i dieci comandamenti conosciuti grazie a padre Giuseppe), battuto tre regioni e all’arrivo a Gerusalemme, al Santo Sepolcro, abbiamo scoperto che Gesù non era lì. “Non è qui!”, disse l’angelo alle donne, recita il vangelo di Matteo. E abbiamo capito davvero che è risorto.
Come pellegrini, siamo ripartiti. Nuovi però, sapendo che la nostra vera meta è il Cielo e ogni strumento è buono per arrivarci. Lo spettacolo è solo iniziato, ora tocca a noi.
P.S.: Gerusalemme ha 119 pietre in più.

“Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”, Ezechiele, 36, 26-27

 

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