Ucciso in chiesa, all’altare, in abiti pontificali, mentre pronunciava parole di giustizia e di pace, l’arcivescovo di San Salvador Oscar Arnulfo Romero diviene un simbolo del martirio della Chiesa latino-americana e della sua ‘scelta preferenziale per i poveri’. Di tale scelta era stato uno dei protagonisti più coerenti ed esposti, con questa morte impersona il sacrificio di tanti uccisi in circostanze analoghe. Un anno addietro, alla conferenza dei vescovi latino-americani, a Puebla, venne diffuso un rapporto di un’agenzia francese (Dial) che calcolava a 1.500 i preti e i militanti cattolici del sub-continente americano uccisi, imprigionati o esiliati negli ultimi dieci anni per la loro opposizione alle dittature e per la loro azione in difesa della giustizia. Gli assassinati (tra i quali già un altro vescovo, l’argentino Angelelli, e 36 preti) sarebbero 69, i torturati 71, gli arrestati 788 (tra i quali 485 preti e 21 vescovi).A El Salvador, uno dei paesi più poveri, una delle dittature più spietate (almeno fino al golpe che ha destituito il generale Romero, omonimo ma non parente dell’arcivescovo), una delle Chiese più schierate, sono stati sei i sacerdoti uccisi negli ultimi quattro anni. Per ciascuno di questi assassinii Oscar Romero notificava che mandanti ed esecutori erano incorsi nella scomunica e indicava come responsabili dell’accaduto “i ricchi proprietari terrieri della zona e i loro agenti”. Ma la sua preoccupazione non era tanto rivolta agli ecclesiastici perseguitati, quanto a quella che chiamava “la persecuzione del popolo salvadoregno”.
Durante questi ultimi tre anni la sua è stata l’unica voce libera del paese, che ha fatto conoscere all’interno e all’esterno i massacri di cui si è reso responsabile il regime militare. Il bollettino dell’arcidiocesi, che si pubblicava sotto la sua autorità, riassumeva nel primo numero di quest’anno le cifre della “persecuzione” nel biennio 1978-79: 1.531 arrestati, 869 assassinati, 205 dispersi.

Era stato più volte minacciato di morte. Parlamentari inglesi l’anno scorso l’avevano proposto come candidato al premio Nobel per la Pace. I vescovi riuniti a Puebla avevano sottoscritto un documento di solidarietà per la sua azione “coraggiosa” in difesa dei poveri.

Era membro della Pontificia Commissione per l’America Latina. Lo ricordava quando i gruppi della destra cattolica lo accusavano di proteggere i guerriglieri, in contrasto con le direttive del papa. “Il papa condivide la nostra scelta” lo sentii affermare con fermezza l’anno scorso a Città del Messico, nei giorni della visita di Giovanni Paolo II, alla vigilia della Conferenza di Puebla. Basso di statura, robusto, scuro in volto come i suoi campesinos, quasi timido al primo approccio, ma capace di non mollare di un centimetro quando si trattava di rispondere ai giornalisti tedeschi che si facevano portatori delle preoccupazioni dell’opinione pubblica del loro paese, timorosa che gli aiuti finanziari alla Chiesa latino-americana potessero favorire la guerriglia: “La Chiesa non ha spinto il fratello a levarsi contro il fratello, ma ha ricordato due cose fondamentali. La prima riguarda la violenza istituzionalizzata. Quando si insedia una situazione di ingiustizia permanente e organizzata, allora la situazione stessa è violenza. La seconda è che la Chiesa sa che, in tale situazione, qualunque parola, anche se ispirata realmente all’amore, suonerà come violenta. Ma a questa parola non può assolutamente rinunciare”.

Tra i protagonisti dell’opposizione cattolica alle dittature latino-americane (Helder Camara, Silva Enriquez, Leonidas Proano, Paulo Evaristo Arns, Aloisio Lorscheider, per citare i più noti), Romero era considerato un convertito dell’ultim’ora. Arcivescovo ausiliare dal 1970, il suo insediamento sulla cattedra di San Salvador nel febbraio del 1977 fu salutato con favore dai conservatori. Era considerato un moderato rispetto al predecessore Chavez Y Gonzalez, accusato di simpatie per i rivoluzionari.

L’oligarchia terriera e militare gli offrì per l’occasione una cadillac e una casa rivestita di marmi nel quartiere ricco di Escalon. Rifiutò quel piatto di lenticchie. Più clamoroso: rifiutò di assistere al giuramento presidenziale del generale Romero, eletto con brogli sfacciati qualche mese appresso.

In una lettera pastorale che ha la data del 6 agosto del 1977 (pubblicata in Italia dalla rivista bolognese “Il Regno” 1/1978) formulò il suo programma di governo tutto incentrato sulla scelta dei poveri. In quel testo si legge: “C’è persecuzione contro la Chiesa quando non le si permette di annunciare il Regno di Dio con tutte le sue conseguenze di giustizia, pace, amore e verità; quando non si tollera la denuncia del peccato del nostro paese che consiste nel lasciare gli uomini nella loro miseria; quando non si rispettano i diritti dei salvadoregni e quando gli scomparsi, i morti, i calunniati continuano ad aumentare”.

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