Prima ancora che la politica nazionale si interessasse del «caso Hotel House», è stata la società civile a tentare di radicare una speranza di umanità e futuro all’interno del grattacielo di Porto Recanati. Non un’iniziativa estemporanea ma oltre dieci anni di attività ludiche e di dopo scuola in favore dei tanti bambini, dalle più svariate etnie, che scorrazzano di ritorno da scuola sporcando le proprie scarpe, ma non la propria dignità, dalla fermata dell’autobus all’ingresso del palazzaccio.

Violenza, droga, insomma una criminalità che percorre gradino dopo gradino, scala dopo scala, i piani dell’Hotel House nonostante il lavoro senza soste delle forze dell’ordine. Non da meno è l’impegno dei volontari dell’associazione Tabor, attiva fin dal 2000, così come quello di altre realtà di cui quasi mai si sente parlare dentro la struttura.

«Il servizio di doposcuola ha preso forma grazie alla collaborazione con l’Istituto “Enrico Medi” di Porto Recanati – racconta Rosy Settimio, vice presidente di Tabor (il presidente è padre Roberto Zorzolo, già parroco della città costiera, oggi a Recanati) –, ed è garantito grazie a 20 operatori, tra i quali alcuno insegnanti in pensione, che aiutano gruppi di bambini stranieri (ma anche italiani) della scuola primaria con varie difficoltà didattiche». In principio, il salone interno dell’Hotel House accoglieva tutti i 60 bambini impegnati in queste speciali “ripetizioni”; poi, per garantire un miglior servizio, i ragazzi e le ragazze di terza, quarta e quinta elementare sono ogni volta trasportati nelle due parrocchie locali, accolti anche lì dalla generosità di operatori e volontari. «In collaborazione con altre realtà cerchiamo di curare sia la parte educativa, che quella ludica – aggiunge Settimio –; ad esempio il Csi “Arcobaleno” consente a questi ragazzi di fare sport giocando a palla a mano. Non sono mancanti momenti di festa e anche di scambi culturali o gastronomici».

Nessun episodio di violenza o aggressioni in questi anni: «Quello che succede all’Hotel House è sotto l’occhio di tutti – afferma –, ma queste fami- glie e questi bambini cercano soltanto un clima di normalità». Vittime due volte, del pregiudizio e del malaffare. «Ho sempre usato l’espressio- ne del “muro invisibile” per de-

scrivere la linea di confine invisibile che separa la città dal palazzone – racconta Eleonora Tiseni, una delle volontarie –: credo che il fatto che l’attività di dopo scuola si svolga nelle aule al piano terra del condominio sia utile per noi volontari “insegnanti”, perché ci costringe a oltrepassare quel muro, ed è un’attività che va incontro a quelle che sono le prime vittime del “problema” Hotel House, i bambini».

Non c’è paura nelle parole dei tanti che operano in questa situazione: «L’istruzione è la possibilità di un futuro degno che tutti i bambini si meritano – continua la volontaria –; non ho paura di entrare nel piazzale, ma l’attenzione rimane sempre alta; la maggior parte dei bambini viene accompagnata dai genitori, non ci permettono di salire con loro ai piani superiori».

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