La incontro quasi ogni mattina, puntuale alle 8.00 davanti alla casa dove da anni lavora. Giulia è una persona gentile e affettuosa, mi saluta sempre con un sorriso dolce, ma non sdolcinato e quando la visito la trovo indaffarata tra fornelli, salse, pasta e tanti piatti prelibati che lei cucina con passione. Non ha fatto nessun corso di cucina ma ha il dono della buona cucina. Ha anche la grande capacità di non perdere mai la pazienza e il controllo della situazione. Se all’improvviso arrivano ospiti, a volte anche cinque o sei, lei non si scompone, ma alza solo lo sguardo, impasta ancora e aggiunge altri ingredienti e altre porzioni e tutto è pronto in tavola all’ora stabilita.

A me che cucino solo perché si deve mangiare e che trovo più facile dare una lezione o scrivere un articolo che mettermi dietro ai fornelli, le qualità di Giulia mi fanno venire una sana voglia di emulazione, ma poi desisto perché so che il Signore ad ognuno ha dato i suoi talenti e non possiamo ambire a tutto. Per questo mi limito a guardare stupita i bei dolci che escono profumati dal forno o i bei piatti che fumanti vengono portati in tavola.

A volte, quando capita, mi fa provare qualche suo biscotto e quando le chiedo la ricetta mi risponde con un sorriso. Perché in effetti lei inventa e trasforma i pochi ingredienti a sua disposizione in biscotti fragranti e appetitosi.

“Dovremmo scrivere un libro di ricette” le dico scherzando oppure: “Cambia mestiere e metti su una pasticceria propria!”.

In realtà sono pochi anni che la conosco e so che lavora da molto tempo in quella famiglia. Con passione e dedizione è sempre presente nei momenti difficili e soprattutto quando la famiglia, molto numerosa, deve ospitare tanta gente. Lei non si rifiuta mai di aggiungere un piatto, di aumentare il suo lavoro.

Ultimamente quando la incontro la vedo un po’ stanca. Un giorno le ho chiesto che stava succedendo. Mi ha risposto melanconica che il lavoro era aumentato, lei doveva alzarsi presto alla mattina per fare la spesa e il ritmo era a volte molto pesante. Mi ha aggiunto che per questo aveva chiesto se poteva avere un piccolo aumento sul suo magro salario.

Certo i tempi non sono facili, la crisi è generale, ma la famiglia in cui Giulia lavora è benestante, cattolica e praticante, e ho subito pensato che non ci sarebbero stati problemi a darle un piccolo aumento.

In effetti dopo alcuni giorni, quando la ho incontrata, mi ha detto che le avevano aumentato la mensilità: un euro a giorno!

Che cosa può comprare in più con un euro? Neanche un litro di latte o un chilo di pane.

Allora ho provato tanta amarezza, non per Giulia, ma per quella famiglia, cattolica e praticante che alla giustizia preferisce la “carità”, non quella che hanno praticato i grandi santi, ma quella a poco prezzo che si dà, per non farsi disturbare, allo straniero che sta davanti al supermercato.

La Carità, quella vera, prima predilige la giustizia e poi il dono, che è un dare in abbondanza attingendo dal proprio benessere.

Come affermava Benedetto XVI: “Non posso ‘donare’ all’altro del mio, senza avergli dato in primo luogo ciò che gli compete secondo giustizia. Chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. Non solo la giustizia non è estranea alla carità, non solo non è una via alternativa o parallela alla carità: la giustizia è ‘inseparabile dalla carità’, intrinseca ad essa”.

Mi sono chiesta anche il valore di tante pratiche che noi cattolici sempre con tanto scrupolo e cura osserviamo: i sacramenti che riceviamo, le Sante Messe a cui assistiamo. Ma quanto di tutto questo poi ha un riscontro quotidiano? Quanto tocca davvero il nostro modo di vivere, di stare in famiglia, di utilizzare il nostro cibo senza sprecare nemmeno le briciole che spesso cadono in abbondanza dalle nostre tavole imbandite?

Fino a quando nel mondo ci sarà qualcuno che piange perché ha fame, o una persona che come Giulia compie professionalmente il suo lavoro di cuoca senza però ricevere il giusto salario, non possiamo accontentarci di dare le briciole invece della giustizia che a ognuno è dovuta.

Oggi ho rincontrato Giulia che mi ha guardato triste e ha mormorato: “È morta la dignità”.

M.L.R.

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