Un grande maestro del passato, che leggo sempre con interesse per comprendere come vivere da cristiano il presente e prepararmi al futuro, è san Gregorio Magno, Papa che visse non solo un’epoca di cambiamento, ma un “cambio di epoca”, come ama dire papa Francesco del nostro tempo.

Un mutamento che vede la crescente interazione tra tutti i popoli del mondo, con l’incontro e lo scontro tra le culture, in particolare lo spostamento del “centro del mondo” e del luogo di produzione del futuro dall’Europa alla Cina e ai Paesi emergenti e un’accentuazione del fenomeno migratorio, che tocca tante parti del mondo e tanti popoli con numeri molto rilevanti, non solo di africani che vogliono venire in Europa. Tutti questi eventi di veloce trasformazione del modo di abitare il mondo da parte dell’intera umanità, fanno giustamente parlare di un cambio di epoca ormai in atto. Negarlo sarebbe miope, farsene sconvolgere sarebbe mancare grandemente di fede nella Provvidenza, che sempre guida la storia.

Nell’omelia per la seconda domenica di Avvento del 590, a poco più di 100 anni dalla caduta dell’Impero romano di Occidente (476 d.C.), san Gregorio Magno ci fornisce le coordinate per vivere il tempo liturgico che ci accompagna al Natale, animati insieme dal realismo e dalla fede. In quei giorni i Longobardi di Agilulfo erano giunti sotto le mura di Roma. Il papa precedente era morto di peste e la guerra, la fame, le malattie, flagellavano la terra, come tanto spesso si è verificato nella storia. Commentando il testo di Luca 21 – che noi leggeremo nella prima domenica di Avvento –, in cui Gesù preannuncia ai discepoli il rivelarsi dei segni della fine dei tempi, san Gregorio dice: «Il Signore e Redentore nostro, fratelli carissimi, desiderando trovarci pronti, preannuncia i mali che colpiranno il mondo ormai in declino, per frenarci dal provarne amore».

Riflettendo sulla fine del mondo, san Gregorio insegna ai fedeli come vivere da credenti la fine di una precisa epoca storica, giudicando e valutandone i peccati da cui emendarsi, per camminare verso un futuro migliore, attendendo e confermando la fede nella rivelazione di Cristo: Signore della storia. Di fronte a prove e calamità il Papa invita ad alzare il capo, a sollevare i cuori, a guardare al futuro con speranza: «Quanti dunque amano Dio sono obbligati a gioire e a rallegrarsi per la fine del mondo, poiché certamente incontreranno presto Colui che amano, mentre passerà presto il mondo che essi non hanno amato. (…) Piangere per la distruzione del mondo è proprio di quanti hanno piantato le radici del cuore nell’amore di esso, di quanti non cercano la vita futura, di quanti neppure immaginano che esista».

Questa parola forte ci invita ad uno sguardo costruttivo verso il futuro, che la preghiera del tempo di Avvento deve formare nei nostri cuori, prima ancora che nelle nostre menti. La paura del futuro e dell’ignoto potrebbe portare i credenti ad attaccarsi tenacemente a un mondo e una cultura umana passati, come se fossero l’unico mondo in cui vivere la fede e l’unica cultura in cui la fede può incarnarsi.

La speranza cristiana, la grande virtù che l’Avvento ci aiuta spiritualmente a riscoprire e rinvigorire, apre a una visione dei cambiamenti della storia del tutto diversa. Non si tratta del vago ottimismo umanistico, che crede in un uomo radicalmente buono, che non ha bisogno di conversione e di salvezza dall’alto, per cui tutto ciò che l’uomo fa sarà sempre positivo. Questo ottimismo, che vede sempre in ciò che è nuovo necessariamente un progresso, è quella fede irrazionale eppure tanto diffusa nel progresso necessario e perenne, soprattutto attuato dalla scienza, che ha portato l’umanità a un passo dall’apocalisse nucleare e rischia di mettere in crisi l’equilibrio ecologico del pianeta, rincorrendo una crescita costante e infinita della produzione di beni materiali. Tra questo ottimismo e la speranza cristiana c’è una grande differenza.

La speranza cristiana sa che l’umanità ha sempre bisogno di conversione e di salvezza dall’alto, altrimenti potrebbe precipitare nel male e nell’apocalisse. Perché il cuore dell’uomo può fare e amare il bene, ma anche fare il male se si allontana dalla luce di Dio.
La speranza cristiana crede nella forza provvidente di Dio che guida la storia, ma sa che è una forza che ci responsabilizza e ci coinvolge, che ci chiede di farci suoi cooperatori nella costruzione del bene.

Nei Promessi Sposi il Manzoni offre una bella catechesi narrativa sul tema della speranza e della provvidenza. Fra Cristoforo è andato al castello di don Rodrigo per chiedergli di desistere dal suo progetto criminale. Nell’incontro sperimenta quanto il male sia forte e cerchi di spadroneggiare sulla storia e sulle persone, in particolare i deboli e gli innocenti. Mentre se ne va cacciato in malo modo, lo avvicina un vecchio servitore della casa, che ha conservato nel cuore una luce di rettitudine e di fede e gli promette che presto gli rivelerà cose utili a difendere i poveri perseguitati. Fra Cristoforo, rinfrancato nella fede e nella speranza viene descritto così dall’autore: «Ecco un filo, – pensava, – un filo che la Provvidenza mi mette nelle mani. E in quella casa medesima! E senza ch’io sognassi neppure di cercarlo!». La Provvidenza su cui si fonda la speranza cristiana, non ci consegna soluzioni facili e automatiche, che funzioneranno da sole esonerandoci da ogni impegno, ma ci mette “un filo” nelle mani. Un filo di Arianna da seguire per uscire dal labirinto di un mondo complesso, nel quale possono anche aggirarsi dei mostri, ma che non deve terrorizzare chi veramente ha fede nel Signore della storia che viene a salvarci.

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