Dal 5° piano del palazzo Li Madou, dove si trovano alcuni uffici della Regione Marche, si può ammirare un bel panorama del golfo di Ancona. Il Dossier statistico immigrazione dell’anno 2018, a cura del Centro studi e ricerche Idos, è stato presentato in questo edificio. Luogo adattissimo per un Convegno. Tuttavia, per parlare della presenza degli stranieri in Italia, sarebbe stato più opportuno trasferirsi tra i toroidi di piazza Ugo Bassi. Chi a Macerata si lamenta per la presenza soffocante degli immigrati, dovrebbe venire qui, nella zona del Piano, in una delle ore centrali del giorno. Dovrebbe attendere l’arrivo di un bus e guardarsi intorno. Vedrebbe una confusione di etnie, colori della pelle, culture. Graffiti urbani in movimento.

Oggi è caldo, c’è un bel sole. Sono le 13.30. Il capolinea è affollato da ragazzotti che tornano a casa. Parlano tra loro, sfottono, si spingono. Un giovane di colore, con un paio di pantaloni neri a cavallo basso e un cappello da baseball in testa, è appoggiato al palo che regge il tabellone con l’indicazione degli autobus in transito. C’è anche una famiglia di origine asiatica, forse cinese: padre, madre e 4 figli. Il padre sta fumando una sigaretta. Prima di salire sul bus, invece di gettarla a terra, si china con un gesto rapido e la sfrega contro l’asfalto fino a spegnerla. Poi la rimette in bocca, e sale.

Salgo anche io. Linea n. 44, direzione Baraccola. Seduta di fronte a me c’è una ragazza molto bella, i lineamenti tipici dell’Africa Orientale, lo sguardo abbassato. Emana un profumo intenso, potrebbe essere patchouli. I ragazzi con gli zaini continuano a ridere rumorosamente.

Sballottato tra una curva e una frenata, ripenso ai dati del dossier: lo scorso anno più 24.000 studenti marchigiani (11% sul totale della popolazione scolastica) erano di origine straniera, molti nati nel nostro paese.

Eccoli, i nuovi italiani. Immigrati di seconda generazione, nei confronti dei quali la sfida verso una completa integrazione sarà particolarmente delicata. Negli ultimi tre anni, quasi 22.000 immigrati residenti nelle Marche hanno ottenuto la cittadinanza italiana. Più di 6.000 nella sola provincia di Macerata.

Ed è proprio questo il punto: il termine “immigrato” qualifica una condizione di transito, non uno stato permanente. Indica un passaggio di luoghi e culture, nulla di più. Se fossimo lungimiranti, faremmo di tutto per favorire questo approdo. E invece il vento spira in tutt’altra direzione: nel nuovo schema di capitolato per la gestione dei centri di accoglienza sono sparite le previsioni di spesa relative ai servizi per l’integrazione dei richiedenti asilo, come i corsi di lingua italiana; nel decreto “Sicurezza”, recentemente approvato dal Senato, il termine previsto per la definizione delle pratiche di cittadinanza è diventato di quarantotto mesi (quattro anni!). Ma i seminatori di trappole se ne facciano una ragione: per quanto lunga e tortuosa, questa transizione si concluderà necessariamente con una nuova appartenenza sociale. L’unica cosa che non cambia, in un uomo, è il colore della sua pelle. E questo non dovrebbe essere un problema per noi, figli dell’Occidente evoluto.

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