di Massimo Giraldi e Sergio Parugini

Dopo Ermanno Olmi, Vittorio Taviani e Carlo Vanzina, ci lascia nel 2018 un altro grande regista italiano. Si è spento a Roma all’età di 77 anni, dopo una lunga malattia, Bernardo Bertolucci, regista nato a Parma il 16 marzo 1941 e divenuto negli anni Sessanta uno dei nuovi autori del cinema italiano, nel clima di fermento culturale tra Nouvelle vague e rivoluzione sessantottina. Bertolucci è stato degli autori italiani tra i più apprezzati all’estero, soprattutto Oltreoceano, dove ha sbancato i Premi Oscar nel 1988 con 9 statuette per il suo indimenticabile “L’ultimo imperatore”: è l’unico italiano a oggi ad aver vinto nella categoria miglior regia. Nel corso della sua carriera ha collezionato svariati riconoscimenti e onorificenze, tra cui il Leone d’oro alla carriera alla Mostra di Venezia e la Palma d’oro onoraria a Cannes. Non sono mancati anche momenti di tensione o di dura contestazione per il suo cinema, così stilisticamente visionario ma anche profondamente provocatorio, soprattutto per i temi affrontati.

Gli inizi negli anni ’60. La carriera di Bernardo Bertolucci inizia in famiglia, sul pianerottolo di casa. Emiliano di nascita, Bertolucci trascorre la sua giovinezza con la famiglia a Roma, introdotto alla passione per gli studi umanistici e l’arte grazie al padre poeta, Attilio. E in ambiente familiare, nel palazzo dove viveva, incontra appena diplomato Pier Paolo Pasolini, che lo prende come assistente sul suo primo film “Accattone” (1961). Bertolucci rimane profondamente segnato da quell’esperienza, assorbendo quello sguardo pasoliniano così intenso e poco convenzionale; nel contempo, il giovane Bernardo guarda con interesse alla Nouvelle vague d’Oltralpe, agli esordi di Truffaut e Godard: proprio da lì provengono i suoi riferimenti stilistico-narrativi. Dopo l’esperienza come regista de “La commare secca” nel 1962, su soggetto pasoliniano, in realtà il primo vero film si può identificare con “Prima della rivoluzione” del 1964, opera che lo lancia come nuova promessa del cinema nazionale.

I difficili anni ’70. Gli anni Settanta sono per Bernardo Bertolucci una stagione molto prolifica ma anche densa di problematiche e tensione. Nel giro di pochi anni, dal 1970 al 1972, realizza “Il conformista”, “Strategia del ragno” e “Ultimo tango a Parigi”, tre opere provocatorie. In particolare “Ultimo tango a Parigi” segna tanto la carriera del regista quanto la storia dell’industria culturale italiana: il film ha una forte carica irriverente, che spinge a un intervento della censura e della magistratura, con il sequestro della pellicola, mandata poi al macero (si salvano quelle consegnate alla Cineteca Nazionale) e una condanna a Bertolucci per offesa al comune senso del pudore, con sospensione dei diritti civili. Un caso divenuto emblematico nel settore cinematografico ma non solo, che fotografa le difficoltà di leggere le fratture sociali in atto tra gli anni ’70-’80. Nel 1976 arriva il film epopea “Novecento”, diviso in due atti, che ripercorre il cambiamento drammatico nel tessuto sociale italiano, in Emilia, dall’inizio del XX secolo. Con “Novecento” Bertolucci introduce grandi interpreti internazionali nei suoi racconti, portando sul set Robert De Niro, Gérard Depardieu, Burt Lancaster, Donald Sutherland, Dominique Sanda. Il film può essere definito come una “Meglio gioventù” anzitempo. Il regista conferma tutto il stile personale e visionario.

Anni ’80-’90, la maturità e la ribalta internazionale. Tutto cambia negli Ottanta. Nel 1987, infatti, porta in sala “L’ultimo imperatore”, che si ispira alla vicenda di Pu Yi, l’ultimo esponente della dinastia Qing in Cina, morto nel 1967. Bertolucci ottiene anche il raro permesso di girare dentro la Città Proibita a Pechino. L’accoglienza internazionale è incredibile e Hollywood gli spalanca le porte: nel 1988 infatti il film ottiene ben 9 Premi Oscar, tra cui miglior film, regia, sceneggiatura, fotografia (Vittorio Storaro) e colonna sonora (Ryūichi Sakamoto e David Byrne). “L’ultimo imperatore” ha ottenuto anche 4 Golden Globe, 9 David di Donatello e 4 Nastri d’argento. Sulla scia di tale successo arriva “Il tè nel deserto” nel 1990, con John Malkovich e Debra Winger, che riconferma il taglio narrativo pungente dell’autore. Seguono poi “Piccolo Buddha” nel 1993 con Keanu Reeves, opera storica, sontuosa ma anche meno risolta dei precedenti, e “Io ballo da sola” con la giovanissima Liv Tyler, una suggestiva cartolina dalla Toscana.

Il ritorno al cinema con “Io e te”. Negli anni Duemila i film di Bertolucci si diradano. Gira nel 2003 “The Dreamers”, una rivisitazione del ’68 e omaggio al Truffaut di “Jules e Jim”, sempre segnato da una ricerca estetizzante. Momento però di grande poesia arriva con “Io e te” nel 2012, il suo ultimo lungometraggio, tratto dal romanzo omonimo di Niccolò Ammaniti, dove il registro narrativo è meno urticante. L’autore esplora con misura e delicatezza l’animo agitato e indifeso di un adolescente in cerca di sé. Nello stesso periodo Bertolucci presiede la Giuria della Mostra del Cinema di Venezia (2013), consegnando il Leone d’oro a Gianfranco Rosi per “Sacro GRA”, il primo documentario a trionfare al Lido. Anche in quel caso Bertolucci si è confermato profondamente innovatore.

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