Chiese dismesse: Diotallevi (sociologo), “provocazione a costruire scialuppe anziché torri di pietra e a inventare una teologia della città?”

Molte chiese continuano ad essere chiuse e la loro dismissione è “un problema scottante per la società di oggi”

Molte chiese continuano ad essere chiuse e la loro dismissione è “un problema scottante per la società di oggi”. Spesso la chiusura di una chiesa “suscita forti reazioni anche in coloro che non partecipano alla vita ecclesiale” e molti la sperimentano “come un momento di sconfitta sociale piuttosto che come un’emancipazione, come avveniva nel passato”. Esordisce così il sociologo Luca Diotallevi (Università di Roma Tre), intervenendo al convegno che si è aperto oggi presso la Pontificia Università Gregoriana sul tema “Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici” (fino a domani).

Diotallevi invita a leggere i segni dei tempi, perché solo così si potrà andare oltre un approccio statistico, e a considerare le esigenze della vita nella società e degli spazi fisici nelle città. Ogni evento di dismissione ha le sue caratteristiche individuali e i sociologi studiano le diverse tradizioni religiose, la posizione storica e geografica dell’edificio, gli aspetti legali, l’intero smantellamento dalla preparazione all’esecuzione, il valore dell’edificio, le cause, gli effetti, le parti implicate e la nuova destinazione. Questo, spiega Diotallevi, “può aiutare a identificare e risolvere i conflitti che emergono dall’incompatibilità percepita tra precedente e successivo utilizzo”.

Due infatti i problemi. Anzitutto la difficoltà a capire che “le relazioni tra spazio, luogo e tempo si stanno continuamente trasformando, e così la religione e gli spazi della società contemporanea possono aspettarsi un mutamento in cui il boom religioso in alcune sfere compenserà il declino religioso in altre”. In secondo luogo, “si sta verificando una generale trasformazione urbana, con lo sviluppo di nuovi contesti urbani e delle città globali”, una questione civile “che si riflette nelle chiese mentre emergono nuove società senza stato”. Di qui la necessità di “sviluppare un approccio pastorale che possa apprezzare le “società aperte”. E se, conclude il sociologo, “la chiusura delle chiese fosse una provocazione a costruire scialuppe anziché torri di pietra e a inventare una teologia della città?”.

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