Primo giorno di lavoro in Ambasciata italiana a Buenos Aires da riassumere così: “Lei è Rebecca, marchigiana doc!. “Ah sci? De dò sì?”. La gioia!. E ancora: “Non te preoccupà, c’ho io la riserva de Varnelli e pure de’ salamitti fatti in casa che c’ho lo vestiame de famija a San Severí!”. Questo il benvenuto da parte di colleghi di San Severino e Pesaro. Marche docet anche oltreoceano, c’è poco da aggiungere: sentirsi a casa perché “casa” è arrivata qui in valigia con te.

Dal 10 settembre sto svolgendo un tirocinio lavorativo di tre mesi presso l’Ambasciata d’Italia in Argentina, a Buenos Aires, grazie ad un bando che viene aperto due volte l’anno dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci), congiuntamente con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur) e alla Fondazione Crui, che permette di svolgere tirocini presso le Rappresentanze diplomatiche, gli Uffici consolari e gli Istituti Italiani di Cultura. L’Università degli Studi di Macerata è tra le 48 Università italiane che partecipano al bando, riconoscendo questa opportunità come formazione curriculare.

Ho scelto Buenos Aires perché, oltre ad avere una grande curiosità di scoperta del Sud America, l’Ambasciata qui è tra le più dinamiche in ambito diplomatico e i rapporti dell’Italia con l’Argentina, tradizionalmente eccellenti in virtù degli storici legami culturali che legano i due paesi, e la forte collaborazione bilaterale rendono questa destinazione ancor più affascinante e, perché no, anche familiare.

I primi rapporti diplomatici tra Italia e Argentina risalgono al Regno d’Italia, quando fu istituita una legazione in Argentina. La fondazione dell’Ambasciata risale al 1924, quando fu nominato Luigi Aldrovandi Marescotti conte di Viano, come ambasciatore. In occasione della visita del principe ereditario Umberto II, il Presidente Alvear decise di trasferire la sede dell’ambasciata in una zona migliore e molto più affine ai gusti di un principe. Decise così di acquistare la residenza messa in vendita da un suo parente, Federico Bosch Alvear, mai utilizzata. Da quel momento in poi sarebbe stata l’unica e attuale sede dell’ambasciata d’Italia in Argentina.

Lavoro nell’ufficio economico-commerciale guidata, dal Consigliere Francesco Capecchi. In questi mesi ho avuto modo di imparare tanto. Ho osservato, ho ascoltato e soprattutto mi è sempre stata data la possibilità di lavorare in prima persona sulle missioni strategiche che impegnano l’Ambasciata in questo periodo, come: il G20 e la visita del Premier Giuseppe Conte, il ciclo di eventi culturali di promozione integrata – La Forma della Bellezza – sui 200 anni di arte, cultura e industria del bello nel Golfo di Napoli, progetti di cooperazione internazionale e accordi economico-commerciali tra imprese italiane e argentine, nonché il programma “Italia en 24” ideato per favorire la collaborazioni e partenariati commerciali di lungo periodo tra Sistema Italia e le 24 province argentine.

Il mio coinvolgimento è dinamico e fin dal primo giorno ogni collega mi ha fatta sentire parte integrante, una risorsa preziosa da valorizzare, impegnandomi in lavori utili per l’Ambasciata e per il mio percorso formativo. Questa reciprocità fa sì che io possa mettere a frutto conoscenze acquisite durante il mio percorso universitario, per acquisirne di nuove, mettendomi in gioco continuamente. Consiglio a tutti i giovani studenti un’esperienza del genere, altamente formativa, sia dal punto di vista professionale che da quello umano.

Ho avuto l’onore di conoscere la Ministra de Producción della Provincia di Santa Fe, Alicia Mabel Ciciliani, originaria di Macerata, esattamente di Cingoli. Quando le ho detto che sono di “Magerada” si è commossa e negli occhi vibrava l’emozione delle sue origini. Le ho detto che la aspettiamo a braccia aperte e che c’è tanto da poter fare e creare insieme. Ha promesso che verrà a trovarci. Ne vedremo delle belle!

Rebecca con la Ministra de Producción della Provincia di Santa Fe, Alicia Mabel Ciciliani

La scorsa settimana l’Ambasciata ha accolto il Primo Ministro Giuseppe Conte, in missione a Buenos Aires per partecipare al G20. Il Premier ha inaugurato il Centro italo-argentino di Alti Studi all’Università di Buenos Aires. Successivamente ha tenuto una Lectio Magistralis dopo il conferimento del Dottorato Honoris Causa. In serata è stato ospite presso la Residenza dell’Ambasciatore Giuseppe Manzo per la cena ufficiale della delegazione alla presenza di alcuni Ministri argentini. Ho avuto modo di avere uno scambio di saluti con il Premier durante il quale mi ha chiesto da dove venissi, come stesse andando il mio tirocinio e quali fossero i miei programmi per il futuro post-laurea. Vedendomi entusiasta, ha ironicamente incoraggiato l’Ambasciatore a farmi restare più a lungo e mi ha augurato buona fortuna.

Foto di gruppo col Primo ministro Giuseppe Conte

Buenos Aires è una città viva, parlano gli sguardi e le movenze della gente, parlano i muri, le strade, i rumori e il caos sprigiona un entusiasmo contagioso. Qui mi anima una vitalità che non ho mai provato prima. Buenos Aires è pervasa da contraddizioni disarmanti e affascinanti allo stesso tempo, questo la rende unica. Il Paese sta vivendo una faticosa crisi economico-finanziaria che colpisce direttamente i cittadini, costringendo alcuni a portare a spasso decine di cani contemporaneamente, a vendere in strada dolci fatti in casa, incensi e i propri averi pur di fronteggiare il costo dell’inflazione. Facile essere fermati per strada da gente comune che chiede solamente di essere ascoltata mentre racconta la propria storia di ordinaria povertà.

Come quel giorno in cui ero seduta a prendere un caffè, assorta a riflettere sulla vita dei cartoneros che ogni giorno mi passano davanti, mentre macinano km e km a piedi scalzi per frugare nei cassonetti dell’immondizia, uno ad uno, in cerca di carta e cartone. Incrocio lo sguardo di Evelina, 9 anni. Le sorrido. Sì avvicina al mio tavolino. “Posso sedermi? Sono molto stanca”. Cominciamo a conoscerci un po’. “Vengo dalla Villa 31 e lavoro con mamma e il fidanzato di mamma. A fine giornata mi danno 100 pesos se sono stata brava, ma devo alzarmi sempre presto. È lontana la villa. Sono stanca. Cerchiamo cartone per rivenderlo qua dietro, a qualche quadras, ma se non è buono non ci danno i soldi… dopo tutta la fatica! Dobbiamo essere bravi” È stupita che io, dall’Italia, sia a Buenos Aires, come a dire “Che stai a fare qui con la vita che mi ritrovo io?”. “Qué linda Italia! Io studio italiano a scuola, senti..” e inizia a contare “… 11, 12, 13″. Si sente la madre gridare da lontano. Spesso i cartoneros entrano in competizione tra loro per accaparrarsi un pezzo di cartone buono. La richiamano al lavoro. “Evelina, que tengas suerte! E studialo bene bene l’italiano così quando verrai a visitare l’Italia sarai già super brava!”. “Sì sì, qué linda Italia! Magari! Me voy, torno a lavorare, ciao!”.

La Villa è un insediamento di baracche precarie nella periferia della città, dove vivono le popolazioni rurali che si dirigevano verso la città in cerca di impiego, equiparabili alle meglio conosciute favelas brasiliane. A Buenos Aires ce ne sono diverse e la Villa 31 è tra le più grandi e pericolose. Sono quartieri malfamati caratterizzati da un elevato tasso di criminalità e di spaccio di droga. Tra le droghe più diffuse vi è la cosiddetta Pasta Base, avanzi tossici del processo di creazione della cocaina, sempre più diffusa nelle villas, soprattutto a causa del suo basso costo di vendita. Vengono anche chiamate “Villas de emergencia”, “città di emergenza”, dove i cittadini non sono, nonostante siano.

Tutti i giorni incontro la povertà. La vedo mentre fruga affamata nei cassetti dell’immondizia, e mentre appoggia la punta del naso sul vetro di un bar per guardare da fuori la televisione. La vedo mentre gioca a piedi scalzi davanti l’entrata di un supermercato e tra le coperte sporche, abbandonate sugli scalini di una banca. La vedo tra i rami di un albero, che nasconde un materasso da custodire gelosamente per la notte che verrà. Buenos Aires è questo e molto di più. E’ un crocevia di mondi e storie e mai, mai mi sono sentita straniera tra queste strade. In ogni dove sono sempre stata accolta e guidata anche per le cose più banali. Qui si suole sempre salutare abbracciandosi, con un bacio sulla guancia accompagnato da un “Hola, que tal? Todo Bien? Como te va?” – “Ciao come stai? Tutto bene?”.

Un automatismo a cui però tutti rispondono, non si apre mai una conversazione fino a quando l’altro non risponde al tuo “Come stai?”. C’è ascolto, c’è voglia di raccontarsi, c’è interesse sincero e partecipato verso l’altro. Ci si saluta sempre con un “Que tenga un buen dia! – o – Mucha suerte! Cuidate!”, un augurio a star bene durante l’arco della giornata, a prendersi sempre cura di sé. Trovo che tutto questo sia meravigliosamente semplice ma estremamente necessario, soprattutto ai giorni d’oggi, e nonostante le sue contraddizioni, Buenos Aires, in questo, è una città esemplare e bella da vivere. L’offerta culturale è disarmante, ce n’è davvero per tutti i gusti, senza contare che la maggior parte delle iniziative proposte sono gratuite e aperte a tutti.

L’anima artistico-culturale della città vibra in ogni dove e a tutte le ore del giorno. Si, è vero, è una metropoli e sembrerebbe piuttosto normale che sia così, ma non è affatto scontato. Buenos Aires ha la capacità di trasformare il potenziale in un’offerta straordinaria di servizi ai cittadini. Se ce la fa Buenos Aires, nonostante tutto, possiamo farlo anche noi, anche in Italia, anche a Macerata. Per quel che posso, sto cercando di favorire ed avviare nuove strade di collaborazione tra l’Università e il Comune di Macerata con l’Argentina. Spero di riuscire nell’intento, perché abbiamo tanto da condividere con questo paese e tanto da imparare.

Suerte Reb!

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