di Gianni Borsa

Non è un nuovo Sessantotto: ne mancano vivacità, colori gioiosi, note musicali e volti giovanili. Ma s’intravvede, in Europa, un nuovo fiume carsico, che appare e scompare, fatto di manifestazioni di protesta, di gilet gialli, di bandiere al vento, di scontri con la polizia. Il tutto, ovviamente, accompagnato – in questa fase di dittatura del web – da gruppi e gruppuscoli che agiscono tra le quinte, a volte creando e sempre alimentando le stesse proteste tramite facebook, twitter e whattsapp.

In Italia le piazze sono ancora relativamente calme. Qualche corteo si è visto a Genova, dove da mesi la città aspetta risposte concrete al crollo del ponte Morandi,

con quanto ne è seguito per la popolazione: case distrutte, aziende chiuse, posti di lavoro persi, traffico impazzito. Altre agitazioni di un certo rilievo si sono avute soprattutto tra la val di Susa e Torino: in strada NoTav e SìTav a confrontarsi fra ambizioni di modernità e legittime frenate pro-ambiente. Qua e là per la penisola si sono avuti eventi pro o contro i migranti, oppure alimentati dai partiti, con Lega e Pd a contendersi le piazze.

Parigi è invece la capitale delle attuali proteste nel vecchio continente. I gilet gialli sono diventati l’emblema della rivolta dal basso:

contro l’establishment di oggi e di ieri, e con la richiesta di una maggiore giustizia sociale. All’inizio si puntava il dito contro il rincaro dei carburanti, deciso dal governo come mossa per la lotta al cambiamento climatico: ma le piazze, si sa, non hanno pazienza e non guardano al 2050, mentre la benzina più cara pesa oggi sulle tasche di chi ha meno. Il presidente Emmanuel Macron e il premier Edouard Philippe hanno dovuto fare un passo indietro, ammettendo la propria sordità alle giuste richieste – parole del presidente – e promettendo riforme e pioggia di soldi. Così il rapporto deficit/Pil sforerà il 3% e la Commissione Ue sarà costretta a fare le pulci ai conti francesi. Le misure “macroniane” passeranno tra mercoledì e venerdì al vaglio di governo e parlamento, mentre il movimento dei gilet si sta dividendo. Quando gli interessi portati in piazza sono parziali, e i metodi diversi (ci sono la frangia violenta e quella che vuole trattare con il governo) prima o poi ci si divide. Così il movimento perde forza d’urto, superato – per attenzione mediatica – dai recenti e dolorosi fatti di Strasburgo.

La violenza ha rifatto la sua comparsa anche a Bruxelles. Domenica scorsa varie organizzazioni politiche extra-parlamentari di destra e dell’estrema destra hanno picchettato il quartiere europeo,

manifestando contro il Patto globale sull’immigrazione, promosso dall’Onu e firmato a Marrakesh, sottoscritto da numerosi Stati, compreso il governo belga del premier Charles Michel. Soliti scenari: teste incappucciate, scontri lievi con la polizia, fumogeni, danni alle auto in sosta, saracinesche chiuse per qualche ora. Nel frattempo i ministri fiamminghi si sono dimessi e Michel guida ora un governo di minoranza.

Londra potrebbe essere la città più calda per via del Brexit, dell’accordo per il recesso dall’Ue che ancora non è definito, per la debolezza dell’esecutivo di Theresa May.

E per i timori che il divorzio dai 27 sta generando: isolamento economico, fuori dal mercato unico, difficoltà di movimento delle persone, turismo in panne, fuga delle multinazionali, indebolimento della City… Eppure non è così. L’aplomb britannico sta emergendo e la battaglia politica è rimasta finora tutta interna al palazzo. Certo, qualche tifoso del Brexit, e, al contrario, qualche sostenitore dell’Ue, si fanno vedere davanti a Westminster, con slogan e bandiere. Ma tutto entro canoni di rispetto reciproco e di dibattito democratico. Anche perché Londra negli ultimi tempi ha vissuto forti tensioni per il terrorismo e probabilmente ora ha solo voglia di stabilità e tranquillità. Che la premier May va promettendo ogni giorno.

Parigi è invece la capitale delle attuali proteste nel vecchio continente. I gilet gialli sono diventati l’emblema della rivolta dal basso:

contro l’establishment di oggi e di ieri, e con la richiesta di una maggiore giustizia sociale. All’inizio si puntava il dito contro il rincaro dei carburanti, deciso dal governo come mossa per la lotta al cambiamento climatico: ma le piazze, si sa, non hanno pazienza e non guardano al 2050, mentre la benzina più cara pesa oggi sulle tasche di chi ha meno. Il presidente Emmanuel Macron e il premier Edouard Philippe hanno dovuto fare un passo indietro, ammettendo la propria sordità alle giuste richieste – parole del presidente – e promettendo riforme e pioggia di soldi. Così il rapporto deficit/Pil sforerà il 3% e la Commissione Ue sarà costretta a fare le pulci ai conti francesi. Le misure “macroniane” passeranno tra mercoledì e venerdì al vaglio di governo e parlamento, mentre il movimento dei gilet si sta dividendo. Quando gli interessi portati in piazza sono parziali, e i metodi diversi (ci sono la frangia violenta e quella che vuole trattare con il governo) prima o poi ci si divide. Così il movimento perde forza d’urto, superato – per attenzione mediatica – dai recenti e dolorosi fatti di Strasburgo.

La violenza ha rifatto la sua comparsa anche a Bruxelles. Domenica scorsa varie organizzazioni politiche extra-parlamentari di destra e dell’estrema destra hanno picchettato il quartiere europeo,

manifestando contro il Patto globale sull’immigrazione, promosso dall’Onu e firmato a Marrakesh, sottoscritto da numerosi Stati, compreso il governo belga del premier Charles Michel. Soliti scenari: teste incappucciate, scontri lievi con la polizia, fumogeni, danni alle auto in sosta, saracinesche chiuse per qualche ora. Nel frattempo i ministri fiamminghi si sono dimessi e Michel guida ora un governo di minoranza.

Londra potrebbe essere la città più calda per via del Brexit, dell’accordo per il recesso dall’Ue che ancora non è definito, per la debolezza dell’esecutivo di Theresa May.

E per i timori che il divorzio dai 27 sta generando: isolamento economico, fuori dal mercato unico, difficoltà di movimento delle persone, turismo in panne, fuga delle multinazionali, indebolimento della City… Eppure non è così. L’aplomb britannico sta emergendo e la battaglia politica è rimasta finora tutta interna al palazzo. Certo, qualche tifoso del Brexit, e, al contrario, qualche sostenitore dell’Ue, si fanno vedere davanti a Westminster, con slogan e bandiere. Ma tutto entro canoni di rispetto reciproco e di dibattito democratico. Anche perché Londra negli ultimi tempi ha vissuto forti tensioni per il terrorismo e probabilmente ora ha solo voglia di stabilità e tranquillità. Che la premier May va promettendo ogni giorno.

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