Corinaldo: una tragedia che non va archiviata

La gioia che accompagna il Natale quest’anno è offuscata dal dolore che ci ha raggiunto con la tragedia di Corinaldo. Smorzata la rabbia per la intollerabile noncuranza di leggi e semplice buon senso; placate le reazioni fiammeggianti subito dilagate sui social, l’attenzione non deve però evaporare.

Da un lato insistiamo nel pretendere dalle autorità di disporre o incrementare i controlli su ogni aspetto connesso al divertimento notturno perché tutte le regole siano rispettate: da quelle relative alla sicurezza dei locali e al numero degli accessi, a quelle che riguardano alcol e fumo, con un contrasto sempre più intransigente alla droga.

Ma con altrettanta determinazione dobbiamo affrontare l’altro aspetto fatto emergere dalla tragedia, il fascino esercitato dalla cultura “trap” su tantissimi nostri figli o nipoti. Se la musica ha sempre dato voce all’aspirazione dei giovani a un mondo diverso rispetto a quello incarnato dagli adulti, l’agghiacciante desolazione umana messa in rima dai “trapper”, scandita solo da soldi, sesso, abiti e oggetti griffati, droga, non può essere digerita con indifferenza.

Come però ciascuno di noi ha sperimentato sulla propria pelle, i no categorici non producono nulla di buono, ma nemmeno i sì rilasciati d’ufficio: entrambi marcano incomunicabilità e distacco, ratificano un fossato dietro cui ci trinceriamo.

Voler bene ai nostri giovani significa coinvolgerci nel loro mondo per quanto sgradevole possa talvolta apparirci, cercare varchi per un dialogo anche quando vorremmo mandarli a quel paese, soprattutto impegnarci a essere adulti credibili, che li possano guardare in faccia e parlare loro di valori senza arrossire. Il Natale ci può aiutare a fare i primi passi, se lo prendiamo sul serio.

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