Nella seconda metà degli anni Sessanta l’Italia stava ancora vivendo gli effetti di quel “miracolo economico” che aveva trasformato una nazione distrutta dalla Seconda Guerra mondiale in un Paese con rinnovata gioia di vivere. Nei giovani di allora, però, prese forma un vero e proprio conflitto generazionale. Cresciuta con la grande diffusione del consumismo e un radicale mutamento dei costumi, nella più giovane generazione si diffuse un bisogno di libertà ed autonomia dalla famiglia, dalla scuola, dalle istituzioni. Il fenomeno interessò in modo trasversale tutte le classi sociali e per una vasta parte della gioventù (quella più “rumorosa” che ha contribuito a storicizzare il ’68) il fine da perseguire assunse i connotati di una rivoluzione sociale, da condurre nel nome di alcuni miti, come Ernesto Che Guevara o Mao Tse-Tung. Molti altri giovani, invece, al “libretto rosso” del leader cinese preferirono gli insegnamenti del Vangelo e a guidarli furono giovani preti che la “rivoluzione” degli anni Sessanta l’avevano individuata negli insegnamenti del Concilio.

Uno di questi preti del “68 cristiano” è don Rino Ramaccioni, oggi a Recanati, che dalla seconda metà degli anni 60, per oltre tre decenni, è stato cappellano, vice parroco e parroco a San Catervo di Tolentino.

Oggi, alle soglie degli 80 anni, Don Rino rivive per i nostri lettori quegli anni. Anni intensi in cui ha cercato di fermentare la società, in piena trasformazione, con i valori cristiani.
“Sono stato ordinato sacerdote nel 1965 dal cardinale Fernando Cento, che era di Pollenza come me – ricorda Don Rino – . Quello stesso giorno furono ordinati anche don Giancarlo Vecerrica, don Agostino Cartechini e don Francesco Cocilova. Un mese più tardi il vescovo Cassulo mi assegnò alla parrocchia della cattedrale a Tolentino, dove era parroco don Pietro Cartechini”.

Quale fu la sua prima “missione”?
Dovevo occuparmi dell’oratorio e seguire i giovani che lo frequentavano, ma interessarmi anche a coloro che non ci si accostavano. Per età potevo essere un loro fratello maggiore e affrontai questo compito con grande forza perché nel mio piccolo mi permetteva di provare a mettere in pratica gli insegnamenti di sacerdoti che consideravo punti di riferimento: don Mazzolari, don Milani e il religioso Carlo Carretto che ho poi frequentato nel suo “ritiro” a Spello. Ci portavo spesso gruppi di giovani per far comprendere loro il suo insegnamento: educare ad amare gli altri.

E il suo insegnamento ai giovani, don Rino, qual è stato?
Nelle piazze e nelle università i giovani invocavano un cambiamento, che era alquanto utopistico e vacuo. Però dalle loro azioni emergeva un aspetto che anche la Chiesa doveva tenere in considerazione, cioè la “stanchezza del consueto”. Il Concilio aveva aperto varchi sul muro di una religiosità standardizzata e i giovani avevano bisogno di vedere squarci di luce nuova. Occorreva dare concretezza ad alcune parole c

ome “partecipazione” e “autenticità”, guardando sempre a Gesù come modello. Ho sempre detto ai ragazzi: cercate di migliorare il mondo, ma fatelo da cristiani.

Quali furono le novità che introdusse nella pastorale giovanile?
Il ’68 aveva stimolato il bisogno di stare insieme e senza proibizioni. A Tolentino avevo individuato gruppi di giovani che trascorrevano le serate nel chiuso di scantinati a suonare la chitarra, ascoltare dischi, qualcuno forse anche a fumare, senza costruire nulla. Incominciai ad andare a trovarli e parlare con loro per far capire che anche gli sconvolgimenti della storia contengono sempre un messaggio di Dio. Ben presto organizzai uno di questi “club” anche nei locali della parrocchia e da questa frequentazione nacquero momenti di formazione biblica e sociale, ritiri spirituali, l’operazione Emmaus (raccolta settimanale nelle case di vestiti usati ed altri oggetti per i poveri e per le missioni); inoltre furono organizzati annualmente campi scuola estivi in montagna e campi di lavoro per insegnare ai giovani a “sporcarsi le mani e metterci la faccia” nell’aiutare famiglie indigenti o persone in difficoltà.

Nei primi anni ’70 iniziarono anche le agitazioni nelle fabbriche e una lunga stagione di scioperi.
Così come ero andato a incontrare i giovani, incominciai ad avvicinare anche gli operai, cercando in ogni modo di facilitare l’ascolto da parte loro. È stata una bellissima esperienza da cui nacque a Tolentino il Male (Movimento lavoratori di Azione cattolica).

Fu in quegli anni che nacque anche il Sermit?
Formalmente il “Servizio Missionario Tolentino- Sermit” nasce nel 1992 a seguito di una visita del gruppo del Movimento Lavoratori al Sermig di Torino, fondato anni prima da Ernesto Olivero. A Tolentino, però, realizzavamo adozioni a distanza già da molti anni. L’antefatto risale addirittura al 1962, quando tredici vescovi indiani presenti al Concilio visitarono Tolentino per venerare la reliquia di San Tommaso da Tolentino, morto martire a Bombay nel 1321. Questi vescovi chiesero una mano a favore dei poveri della loro comunità e negli anni successivi Antonietta Bartolozzi, una parrocchiana impegnata a fare del bene ai più bisognosi, diede vita alle “adozioni a distanza” di bambini indiani, in seguito allargate anche a comunità dell’Africa e dell’America Latina.

Possiamo dire che a Tolentino, come altrove, il ’68 della Chiesa ha portato buoni frutti…
È la dimostrazione di come seguendo il Vangelo si possa governare ogni fenomeno sociale. È sufficiente guardare al fine ultimo di ogni cosa: l’uomo. Al contrario, il ’68 come movimento sociale – dopo aver prodotto anche derive terroristiche – è svanito nel nulla. E questo è accaduto perché non aveva l’anima.

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