Professore ordinario di Filosofia morale presso l’Università di Macerata, Luigi Alici cura assiduamente anche un blog molto seguito e ha da pochi giorni dato alle stampe con la Eum–Edizioni Università di Macerata il libro “InfinitaMente. Lettera a uno studente sull’Università”. È un tascabile di 122 pagine, con una copertina che propone l’immagine di una grande sala di biblioteca e una serie di busti, mentre la quarta spiega che oggi la sfida è nella «complessità della conoscenza e specializzazione dei saperi».

Cosa l’ha spinta a rivolgersi proprio adesso, così direttamente, a uno studente universitario?
Debbo confessare che questo piccolo libro nasce da una lunga esperienza di docente universitario, che mi ha portato a incontrare tanti volti, tantissime storie: in molti casi, storie di dedizione esemplare allo studio, spesso coronate da riconoscimenti importanti a livello professionale e personale; forse più spesso storie spezzate, per lo studio che s’interrompe, per qualche legittima aspirazione frustrata o più semplicemente per un lento spegnersi nella routine o nel tran tran quotidiano. Nei confronti di tutti ho desiderato riaccendere il gusto e il desiderio degli orizzonti aperti, cercato di restituire profondità e fiducia, soprattutto ai più giovani, che oggi rischiano di guardare al percorso universitario in modo disincantato e opportunistico, quindi già precocemente “vecchio”. E poiché anch’io sono stato studente universitario, non escludo che possa esserci anche una buona dose di autocritica. In questo senso, si tratta di una lettera scritta anche a me stesso.

Vedo questo volume come una sorta di cuneo che va a infilarsi in un contesto caratterizzato da una crescente diffidenza o violenza nei rapporti umani, cercando di aprire la mente di chi studia. È comunque a un “tu” che lei si rivolge, non solo «a uno studente o una studentessa non troppo immaginari» che circola negli ambienti universitari; è l’attualizzarsi di un rapporto, un incontro che lei fa con un soggetto presente, invitandolo a ben “discernere”, giusto?
Anche il sapere può diventare – e spesso diventa – una forma di alienazione, forse più sofisticata di altre, quando, anziché mettersi al servizio della relazione tra le persone, si trasforma in un totem, in un passepartout, in un idolo carrieristico… Attraversare un periodo decisivo della propria vita con questa falso obiettivo significa sbagliare tutto. Per questo il primo “verbo” che dovremmo imparare a coniugare in università è “incontrare”: incontrare le persone, oltre le barriere dello spazio, del tempo e delle ideologie, significa incontrare l’Altro, incontrando anche se stesso. Senza quest’orizzonte inesauribile non c’è stupore, non c’è ricerca, non c’è restituzione, non c’è “Il futuro prima che arrivi”, secondo il motto della mia Università.

Lei cita, a un certo punto, Pascal: «l’uomo è a se stesso l’oggetto più prodigioso della natura», e dice che da qui nasce la vocazione anomala a pensare e a vivere “InfinitaMente”. È qui la chiave di volta, secondo me, del libro: scoprire che siamo fatti per l’Infinito, che la ragione e il cuore, la natura tutta dell’uomo è rapporto con l’Infinito. E il suo invito finale è a «seminare e coltivare insieme, che non è il modo peggiore di restituire un futuro alle nostre origini».
Il paradosso dell’Università nasce precisamente dalla capacità di riconoscere che il futuro dipende dalle origini; solo una prospettiva di ricerca integrata e unificata del senso può restituire valore a ogni forma di sapere settoriale. Universitas, non Multiversity. Quando si dimentica questa verità e la tecnologia tende a prendere il posto della scienza o gli strumenti pretendono di asservire i fini, il futuro nasce già vecchio. Su questo punto ha ragione Pascal: l’infinito non è una possibilità omologabile ad altre, ma esprime l’intero dell’umano, nella sua eccellenza. Vivere “infinitaMente” è l’unico modo per essere all’altezza della nostra vocazione.

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