Lo scorso 31 dicembre papa Francesco ha accettato la rinuncia all’incarico di direttore della Sala Stampa Vaticana di Greg Burke e della sua Vice Paloma Garcia Ovejero.

«Paloma ed io abbiamo rassegnato le dimissioni in vigore dal 1 Gennaio 2019» ha twittato Burke. «In questo momento di transizione, nelle comunicazioni vaticane, pensiamo che sia meglio che il Santo Padre sia completamente libero di riunire una nuova squadra. Sono entrato in Vaticano nel 2012 (come consulente della Segreteria di Stato per la Comunicazione, ndr). L’esperienza è stata affascinante, per non dire altro. Grazie, papa Francesco. Un abbraccio fortissimo». A sua volta, Paloma Garcia Ovejero ha twittato: «Termino una tappa. Grazie, Santo Padre, per questi due anni e mezzo! Grazie, Greg, per la tua fiducia, la tua pazienza e il tuo esempio».

Burke è stato sostituito da Alessandro Gisotti che ha una lunga esperienza a Radio Vaticana e segue di pochi giorni quella di Andrea Tornielli come nuovo direttore editoriale dei media vaticani e di Andrea Monda come nuovo direttore dell’Osservatore Romano, completando di fatto una vera e propria “rivoluzione” nella comunicazione della Santa Sede.

Riguardo a questi avvicendamenti abbiamo intervistato Luigi Accattoli, vaticanista di lungo corso e collaboratore da sempre di Emmaus.

Un nuovo passo dei media vaticani.
A che dobbiamo questo fattaccio delle dimissioni del portavoce vaticano Greg Burke e della sua vice Paloma Garcia Ovejero?
Ci sono più venti che hanno soffiato insieme. Una causa remota e politica è quella dell’urgenza – ormai cronica – di un nuovo passo dell’informazione vaticana, adeguato alla tempesta in cui si trovano oggi il Vaticano e il Papa. Una seconda, mediana nei tempi e istituzionale, riguarda il completamento della riforma del comparto mediatico vaticano, che Francesco vuole ultimata secondo il progetto già varato. Quella immediata e soggettiva è nella ritrosia dei due dimissionari ad accettare il ruolo ridimensionato che veniva loro assegnato dall’avvio del nuovo corso informativo e istituzionale.

Bonifica dell’immagine.
Che intende per “nuovo passo dell’informazione vaticana”?
La vedo impersonata dalla figura di Andrea Tornielli che il 18 dicembre – tredici giorni prima delle dimissioni dei due – è stato nominato “direttore editoriale del Dicastero per la comunicazione”. Combattivo e tenace, ma soprattutto con frequente accesso al Papa e con buoni agganci nell’intero sistema vaticano, si è venuto profilando lungo l’ultimo quinquennio come l’operatore mediatico più attrezzato per tentare un lavoro di bonifica dell’immagine disputata di Papa Bergoglio e di sua difesa da illazioni e accuse strumentali.

Ora c’è un regista.
Lei vuole dire che è a tale fine che Tornielli è stato fatto “direttore editoriale” del Dicastero?
Sì, per quello. Non lo vedo in un ruolo da manager d’impresa, com’è quello – poniamo – del
direttore editoriale della Mondadori, ma in un ruolo di regista dell’insieme dei media vaticani nell’opera di divulgazione della parola e degli atti papali, e nella correzione anche polemica della loro ricezione inadeguata o denigratoria.

Fine delle Repubbliche indipendenti.
Ritiene che questo lavoro fino a oggi non venisse svolto? 
Sì, mancava. Mancava anche con i Papi precedenti: sempre le agenzie informative vaticane [Sala Stampa, Osservatore Romano, Radio Vaticana, Centro televisivo vaticano, Sito vaticano…] sono state repubbliche indipendenti e persino incomunicanti. Supplivano a dare una linea un tempo l’Osservatore Romano, almeno fino alla fine della vicedirezione di Virgilio Levi (1983); e poi i portavoce Navarro-Valls (1984- 2006) e Lombardi (2006-2016). Ma con il flusso interminato e rampante della comunicazione digitale quelle indicazioni isolate di una risposta o di una correzione non sono più sufficienti. Il Dicastero per la comunicazione è nato per ricondurre a unità le agenzie informative. E io immagino che a Tornielli sia stato affidato il compito di coordinare l’orchestra.

Un ruolo da inventare.
Perché dice che lo immagina e non dice che lo sa? 
Perché non si sa quale sia il ruolo del direttore editoriale. Non è vero che l’incarico sia stato creato per Tornielli: esisteva nello statuto, ma non era mai stato coperto da uno specifico responsabile. Finché don Dario Viganò era restato alla guida del Dicastero, aveva riservato a sé quel ruolo, ad interim. Poi nessuno gli era subentrato. Lo statuto prevede che al direttore editoriale spetti «l’indirizzo e il coordinamento di tutte le linee editoriali di competenza della Segreteria per la Comunicazione». Questa dicitura è ampia e può benissimo essere interpretata come da me ipotizzato.

Da Ruffini a Tornielli.
Questo coordinamento non spetterebbe al responsabile del Dicastero, Paolo Ruffini?
Certamente, per quanto riguarda le relazioni istituzionali e politiche con gli altri Dicasteri, con la Segreteria di Stato, con il Papa. Ma immagino che spetterà al direttore editoriale per quanto riguarda il lavoro giornalistico.

Se il contesto s’incattivisce.
Lei ha scritto che «non è da escludere che a portavoce vaticano domani venga posto Andrea Tornielli»: su che basa questa intuizione?
Sulla base più scivolosa che è quella argomentativa. Vedo un bivio sul domani della comunicazione vaticana, dal punto di vista dell’urgenza di trovare una guida che indicavo sopra. O le circostanze aiuteranno Ruffini e Tornielli in quel lavoro d’orchestra e allora Tornielli resterà direttore editoriale e magari Gisotti, che ha avuto ad interim la direzione della Sala Stampa, ne avrà la piena titolarità. Oppure, se il contesto s’incattivisce ulteriormente,e quel coordinamento non risulterà efficace, Tornielli potrebbe essere posto a portavoce e si tornerebbe al ruolo forte di direttore della Sala Stampa che ebbero Navarro-Valls e Lombardi.

Conflitto e dimissioni.
Perché vede conflittuale l’uscita di scena di Burke e di Garcia Ovejero se loro la indicano come pacifica e collaborativa?
Mi occupo di Vaticano da mezzo secolo e credo d’aver imparato a leggere tra le parole. Quando Paolo Ruffini scrive, nel comunicato del 31 dicembre, che ha “appreso” della decisione dei due e dell’accettazione da parte di Papa Francesco delle loro dimissioni, vuol dire che i due non ne hanno trattato con lui e che il Papa non l’ha consultato sull’accettazione. Questo mi porta a immaginare che i dimissionari siano andati dal Papa a far valere le loro ragioni, che magari saranno state di lamento su Ruffini e di sollecitazione a rivedere qualche punto della riforma; e può essere che Francesco abbia confermato la sua fiducia al prefetto e la necessità di andare avanti con la riforma. Da qui le dimissioni, date o chieste. Questa non mi pare una procedura consensuale.

Un po’ di violenza.
Non trova qualche elemento brusco e autoritario nella conduzione di questa riforma, come lamentano tanti esponenti vecchi e nuovi della Radio, dell’Osservatore Romano, della Libreria Editrice vaticana e ora forse anche della Sala Stampa?
Ci sono e non sono riconducibili alla sola personalità decisionista di don Dario Viganò, che la riforma l’ha progettata e ne ha avviato l’attuazione. È il Papa stesso che ripetutamente ha incoraggiato la linea decisionista, convinto che altrimenti non si sarebbe arrivati a nulla. Così parlò il 4 maggio 2017 alla prima riunione plenaria del Dicastero, che allora si chiamava Segreteria per la comunicazione: «Riforma è dare un’altra forma alle cose e si deve fare con intelligenza, con mitezza, ma anche con un po’ di “violenza”, ma buona: della buona violenza, per riformare le cose».

Da protagonisti a esecutori.
Non potrebbe essere un qualche momento di brusca autorità ad aver spinto i dimissionari alla loro decisione?
Credo di sì. Ma più dei modi devono aver contato i contenuti. La Sala Stampa e l’Osservatore Romano sono stati ricondotti, dalla riforma, a ruoli esecutivi e divulgativi,
lontani dal tradizionale protagonismo. È ragionevole che abbiano recalcitrato.

Una buona riforma.
Lei ritiene che la riforma sia buona e condivide la “buona violenza” rivendicata dal Papa?
Sì.

Gian Maria Vian.
Ritiene dunque che la triste uscita di scena di Gian Maria Vian, direttore dell’Osservatore; e queste dimissioni dei responsabili della Sala Stampa fossero inevitabili?
No. Dovevano essere evitate. Potevano essere evitate. Ma l’uomo è debole, e anche la donna. E deboli sono i capi dicastero e anche i Papi. E la regola aurea d’ogni riforma è sempre la stessa: partorirai nel dolore.

Print Friendly, PDF & Email

Comments

comments