Il valore perduto del «grazie»

10256744_1387208571568036_8772593066945243542_oLorella Mattioli

All’inizio dell’estate, papa Francesco aveva intonato il grande inno del creato con l’enciclica, tutta francescana, «Laudato si’». Su questa melodia, ora autunnale, si inserisce la 65° Giornata nazionale del Ringraziamento di domenica 8 novembre, proposta dalla Commissione episcopale per i Problemi sociali e il Lavoro, la Giustizia e la Pace sul tema: «Il suolo, bene comune». Si tratta della festa del ringraziamento per i frutti raccolti e prodotti dalla terra e dal lavoro dell’uomo per nutrire l’intera umanità. Si sono appena spente le luci sull’Expo di Milano, ma il confronto mondiale sul tema delle risorse alimentari del pianeta deve stimolarci nella ricerca della solidarietà.

Ogni anno si ripete l’esperienza descritta nel salmo 126: «Nell’andare se ne va e piange, portando la semente da gettare, ma al ritorno viene con giubilo portando i suoi covoni». Affidare alla terra il seme e attendere che germogli è, in realtà, un atto di fiducia. È mettere il nostro bisogno primario di vita nelle mani del Creatore, il quale si prenderà cura delle sue creature e le nutrirà con la sua bontà. Dio, ci dice la Bibbia, fa crescere l’erba dei prati e germogliare il grano dalla terra. Di fronte a un frutto maturo raccolto dall’albero, con i suoi colori, profumi e sapori, nasce spontaneo lo stupore e fiorisce la gratitudine nel riconoscimento che tutto è comunque un dono che ci supera. Solo un cuore povero, cantano le beatitudini evangeliche, può possedere il Regno della novità di Dio, vivere nella gioia ed essere capace di dire grazie, scoprendo ogni giorno come la vita non si autogeneri, ma provenga sempre da un Altro.

Viviamo in una società in cui si è persa la dimensione della gratuità

tutto viene letto nell’ottica del profit e dell’interesse personale, anche gli stessi diritti spesso vengono impugnati in maniera pretenziosa, gettando più lance che ponti verso coloro che ci vivono accanto. Non sappiamo più stupirci e la meraviglia non abita più nei nostri occhi. Cerchiamo emozioni nella ricerca ossessiva del nuovo, per buttare poi via tutto e ricominciare ogni volta da capo. Possano i colori dell’autunno attirare il nostro sguardo e costringerci a fermarci per ammirare ciò che non viene da noi ed è puro dono, solo bellezza, solo gratuità! Possa l’uomo fatto di terra avere il coraggio di alzare la fronte verso l’alto, verso il cielo e naufragare nel mare di questa immensità di bene. La consapevolezza della nostra povertà e i nostri limiti ci facciano scorgere che un Altro e tanti altri sono pronti a prendersi cura di noi, come noi di loro nella comune casa della fraternità.

Solo chi di noi saprà dire «fratello e sorella» vivrà nella gioia

nella pace e nella gratitudine, e sarà capace di accogliere pazientemente e con serenità le vicende della storia e vivere riconciliato con il Creatore, con se stesso, con gli altri e con tutto il Creato.

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