Fbi-Apple: 1 a 1, palla al centro sull’accesso agli smartphone

Continua la querelle che coinvolge il colosso dell'informatica fondato da Steve Jobs

Quando a febbraio se ne iniziò a parlare sembrava la trama perfetta di un film tipicamente americano e forse lo ispirerà la vicenda che vede ancora protagonisti la notissima azienda Apple, la ancora più celebre Fbi e la piaga moderna che si identifica nel terrorismo. Il colosso dell’informatica, per voce del suo amministratore delegato Tim Cook, nel febbraio scorso, negò con rigore e pubblicamente la richiesta del Governo Americano di creare un sistema di accesso secondario dedicato all’agenzia investigativa, che consentisse di leggere informazioni contenute nei dispositivi smartphone della Apple.

L’esigenza della Federal Bureau of Investigation nasceva per scoprire i contenuti dell’iPhone trovato nelle tasche del terrorista della strage di San Bernadino che il 2 dicembre 2015 provocò 14 vittime e 17 feriti tra civili. Apple, nella realtà, si rese disponibile a trasferire agli investigatori le informazioni contenute nello smarthpone del terrorista, ma rivendicò al mondo intero la “gelosia” a far uscire dalla fabbrica di Cupertino i protocolli di sicurezza della privacy dei propri consumatori che la fanno prima tra le aziende più desiderate dai clienti hi-tech e non del pianeta.

La Fbi decise di muovere azione legale contro Apple per aver “peccato” di non collaborare con gli investigatori americani impegnati contro il terrorismo. La lotta tra i produttori di questo ricco settore tecnologico sembra dunque giocarsi tutta intorno alle prestazioni dei dispositivi multitasking e – a quanto dimostra la vicenda – soprattutto intorno all’inviolabilità dei nostri utili dispositivi che garantiscono la nostra amata privacy. Oggettivamente questi prodotti sempre più potenti e capienti sono diventati la nostra casa virtuale, dove conserviamo di tutto e di più, ma spesso inconsci degli effetti di un eventuale smarrimento o furto che rischia di farci restare nudi e muti sulla pubblica piazza.

Durante quei caldi giorni di dibattito, anche in casa nostra, nelle pagine del Corriere delle Sera gli smartphone vennero messi alla pari dei bagagli da viaggio. Sempre negli Stati Uniti, il Governo ha imposto ai produttori di valige di dotarle di apposite serrature che permette alla polizia di aprire i bagagli autonomamente così da innalzare la sicurezza. Il paragone tra smartphone e valigia francamente non è alla pari, perché la valigia è un’oggetto molto meno virtuale di uno smartphone che con la valigia ha in comune solo il così detto “hardware”, appunto la parte letteralmente materiale. L’accesso ai contenuti di uno smartphone avviene attraverso il suo “sistema operativo” (software), quindi non aprendo semplicemente la “cover”. Questo accesso può avvenire anche in remoto e pertanto a totale insaputa del proprietario che mai potrà conoscere chi è realmente entrato nel suo dispositivo.

Questo paragone tra smartphone e valigia, anche se impari, mette sul piatto una questione legata alle moderne innovazioni in ambito virtuale che per effetto dell’evoluzione così rapida lasciamo arretrata una legislazione dedicata. La Apple come tutte le aziende ha i suoi “segreti industriali” e sui costosi brevetti si basa gran parte del suo successo commerciale. La materialità dell’oggetto smartphone, reso però immateriale dalla componente informatica, obbliga a puntare tutto sulla sicurezza dei contenuti frutto di investimenti in ricerca e sviluppo per essere differente e più competitivi sul mercato, e soprattutto per garantire la sicurezza di molti a scapito dell’insicurezza di pochi. Immaginiamo quanto potrebbe essere potenzialmente pericoloso se il “segreto industriale” che garantisce la sicurezza dei nostri dispositivi venisse violato rischiando di fare più “stragi” di quelle che già avvengono e magari tirandoci dentro fino al collo alla nostra totale insaputa.

Casi precedenti di violazione di massa delle comunicazioni on line (loro contenuti e allegati) ci fanno tornare allo scandalo che nel 2013 coinvolse, sempre negli Stati Uniti, la National Security Agency (Nsa), scandalo che poi venne reso di dominio pubblico grazie alle rilevazioni di Edward Snowden tecnico informatico della Cia, fino alla data delle rivelazioni. Da quella vicenda Apple prese già misure cautelative per blindare ulteriormente la sicurezza dei suoi dispositivi e probabilmente iniziò a non fidarsi delle agenzie di Governo. Il 29 marzo scorso la vicenda torna sui media del mondo visto che la Fbi di certo fa un passo indietro ritirando l’azione legale verso Apple in quanto sembrerebbe aver fatto un passo avanti sbloccando il telefono del terrorista senza l’aiuto dell’azienda.

L’annuncio dell’agenzia investigativa più conosciuta al mondo naturalmente, e almeno al momento, non spiega come sia riuscita ad accedere al telefono, e ovviamente neanche quel che ha ottenuto dal dispositivo o se è utile per le indagini. Il segreto inviolabile ora passa nelle mani della Fbi che prepotentemente vuole detenere anche quello della chiave di accesso ai dispositivi hi-tech dell’azienda di Cupertino fondata da Steve Jobs. A noi non resta che sederci comodamente in poltrona e goderci il secondo tempo, ma mi raccomando, spegnendo gli smartphone.

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