Anche per un film si può parlare del prima, del durante e del dopo. Lo dico anche per giustificare questo commento che arriva ad oltre una settimana dalla visione. Sono tre aspetti che comunque mi sembrano interessanti per il film «Come saltano i pesci» del “nostro” Simone Riccioni. Certamente altri ancora sono i nomi importanti del film: il regista, i protagonisti, i coautori. Diremo ancora che il loro livello, per ognuno dei ruoli, è sicuramente interessante. Ma di Simone soprattutto è il prima del film.

Il protagonista del film Simone Riccioni
Il protagonista del film Simone Riccioni

Con il libro «Eccomi», non un capolavoro letterario, ma di umanità sì, con il racconto della vita piena di sogni e desideri, come quelli che abbiamo tolto invece ai nostri giovani. Un’occasione per Simone per andare a raccontare nelle scuole, nelle assemblee, nelle parrocchie,  come invece il desiderio vada tenuto alto e come si possa cercare di vivere alla sua altezza, senza svendersi. Il sogno era anche la ragione della pressante richiesta a comprarlo quel libro: fare un po’ di soldi per cominciare a finanziare il film nel cassetto. Ecco perché molti giovani hanno riempito le sale nei primi giorni di programmazione: si sono sentiti partecipi di quella realizzazione anche solo per essere stati ad uno degli incontri pubblici. Alcuni ragazzi sono andati al cinema con dentro lo zaino «Eccomi».

Il protagonista era un loro amico. L’attesa era cominciata allora, quasi due anni fa. Più della pubblicità martellante su tutte le reti e trasmissioni a cui le onnipotenti case di produzione cinematografica ci hanno abituati. È il passaparola soprattutto che forse farà recuperare i soldi spesi. Le cifre dicono comunque di un ottimo rapporto tra numero di copie del film in programmazione e pubblico pagante. Eccolo il prima: la tenacia della semplicità.

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Simone non si sarebbe certo suicidato o depresso se non fosse riuscito a fare il film, di cui aveva in testa – era implicito, però va detto – la storia. Ma ci ha lavorato, ci ha speso di sé,  creando un mare di amicizie intorno. Ora il durante, il film. Anch’io ero in questa attesa, timorosa. Quasi come quando vai ad assistere alla laurea di tuo figlio. Sai che non è scontato che tutto vada bene e vorresti evitare il rischio dell’insuccesso, della sconfitta. (Del resto gli «Universitari» di Moccia, in cui già avevamo visto Simone, non avevano certo entusiasmato, da vari punti di vista). Una tensione che si è sciolta invece man mano che la storia è cresciuta, che i protagonisti si sono svelati.

maxresdefaultIl tema della famiglia non ha ceduto all’ideologia di una contrapposizione a come la vediamo ormai sempre in film più o meno seri ed in fiction più o meno seriose. La realtà mi sembra abbia prevalso, perché dire che non tutto va bene, secondo il copione del mulino bianco, non vuol neppure dire che bisogna essere scoglionati, cinici e scettici come lo sono gran parte degli autori, pretendendo che la loro visione sia universale. Il dramma della vita può invece suscitare la domanda “perché a me?” avendo anche di fronte a chi farla. Il credere in Dio, come presenza concreta, può essere anche del protagonista di un film! Dire che a far questo ci vuole coraggio è in parte vero (e ciò dice di come stiamo messi con cinema e televisione), ma l’averlo non può essere una colpa, anzi. Soprattutto se questo avviene con una storia plausibile, con linguaggio corrente (a parte qualche incertezza, come si dice di compiti in classe!) e con interpreti all’altezza (Compreso Riccioni). Non è una lezione di catechismo, ma una storia seria e divertente.

Dalle nostre parti mi pare che qualcuno, come spesso accade, abbia mostrato un certo provincialismo,  quello di non essere all’altezza degli altri, nello sminuire la macchietta delle due anziane di paese: da noi “se parla cuscì” e non è da meno che il milanese, il romanesco o il napoletano! Ecco l’aggancio con l’altro aspetto molto positivo del film: l’ambientazione. La semplicità della vita di paese, con i bellissimi nostri paesaggi. Ed una prospettiva per il dopo del film. Tanto rumore (e soldi, poi ritornati) per il film su Leopardi. Giusto. La promozione delle Marche viaggia anche così.

Uno  scorcio di Porto San Giorgio in cui sono state girate alcune scene
Uno scorcio di Porto San Giorgio in cui sono state girate alcune scene

Il film «Come saltano i pesci» sarebbe un veicolo non da meno. La Regione dovrebbe pensarci. Ma il dopo che mi interessa di più è quello dei ragazzi che hanno visto il film (gli adulti, infine, facciano come credono, se il loro scetticismo è intoccabile!). La maggior parte colpiti dall’affronto positivo, pur nel dramma. Per loro è credibile, anzi hanno bisogno di questo. La loro vita lo chiede. Non vogliono evitare le difficoltà (siamo noi che abbiamo paura per loro, e li teniamo nella bambagia), vogliono le ragioni per affrontarle.  Nel film hanno visto questo. La non rassegnazione dei protagonisti. E lo scatto finale, in cui il male compiuto e subito può essere recuperato, basta voler riconoscere e ripartire da «quel momento di amore che pure ci sarà stato». Così mi hanno detto, in un rapidissimo scambio di battute nel dopo film. Certo non lo manderemo per gli Oscar (era presuntuoso mandarci anche «Il giovane favoloso»), però raccomandarlo e sperare che in molti lo vedano, questo sì.

 

 

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