Alle platee giovani è, di fatto, abituato e stamane non si è certo trovato a disagio di fronte ai numerosi studenti venuti ad ascoltarlo – attentamente – per la lectio magistralis in occasione del convegno «Chiesa e comunicazione al tempo della globalizzazione».

Era la prima volta per il cardinale Edoardo Menichelli (“don Edo” per i ragazzi con cui, da sempre, nutre un feeling del tutto speciale) come ospite nella prestiosa Aula Magna dell’Università di Macerata che, attraverso il dipartimento di Giurisprudenza, ha promosso l’appuntamento assieme al Centro Studi «Cardinale Pietro Gasparri» di Ussita e all’Ucsi (Unione cattolica della stampa italiana).

L'Aula magna dell'Università di Macerata gremita di studenti (foto Lucia Paciaroni)
L’Aula Magna dell’Università di Macerata gremita di studenti
(foto Lucia Paciaroni)

Piccoli ma decisivi «flash», come li ha definiti lo stesso arcivescovo di Ancona-Osimo creato cardinale da papa Francesco, per arrivare al cuore di chi, oggi, nella Chiesa deve affrontare la sfida più grande sul piano comunicativo: testimoniare la verità, a parole e a fatti.

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Monsignor Marconi (foto Lucia Paciaroni)

Ricorrente nel corso della mattinata è stato il rimando al Pontificato di Bergoglio e, in particolare, al messaggio per la 50^ Giornata per le Comunicazioni sociali che verrà celebrata il prossimo 8 maggio, così come attualissime e globali sono le gesta con cui il Santo Padre comunica al mondo: l’ultimo viaggio a Lesbo ne è un chiaro esempio.

«La Chiesa si è sempre servita dell’arte, attribuendole il giusto valore, basta pensare alla Lettera agli artisti di Paolo VI con cui si chiuse il Concilio Vaticano II, e la comunicazione è, da secoli, una dimensione costitutiva della Chiesa», ha affermato in apertura il professor Giuseppe Rivettipresidente del corso di laurea in Teorie, culture e tecniche per il Servizio sociale.

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Il tavolo dei relatori: da sinistra, Ermanno Calzolaio, direttore del dipartimento di Giurisprudenza dell’Unimc, il vescovo Marconi, il rettore Lacchè, il moderatore Rivetti, il cardinale Menichelli e Varagona (foto Lucia Paciaroni)

A sottolineare la crucialità del tema, nonchè l’onore di avere come prestigioso ospite il cardinale nativo di San Severino, è stato quindi il rettore dell’Ateneo maceratese, Luigi Lacchè: «La comunicazione nell’ambito della Chiesa oggi è un’enorme possibilità ma, al tempo stesso, un problema, che interpella credenti e non credenti».

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Vincenzo Varagona (foto Lucia Paciaroni)

Un problema che, come precisato da monsignor Nazzareno Marconi, vescovo di Macerata-Tolentino-Recanati-Cingoli-Treia, si riassume in due termini ben precisi, «verità ed efficacia». Da qui, l’apprezzamento per il testo «Comunicare Dio. Dalla Creazione alla Chiesa di papa Francesco», curato da Vincenzo Varagona. Una ricerca – ha dichiarato Marconi – «in cui, oltre al percorso dei documenti, si incrociano anche le tante “voci” che testimoniano la comunicazione nella Chiesa».

Al giornalista Rai e già presidente regionale Ucsi, è dunque toccato il compito di tracciare un rapido excursus sulle dimensioni comunicative e sugli strumenti mediatici della Chiesa, citando la figura del patrono dei giornalisti, il fiammingo San Francesco di Sales (“antesignano” di tweet, post e “pizzini”), e le moderne “rivoluzioni” poste recentemente in essere in Vaticano, con la strutturazione, voluta da Francesco, di una Segreteria per le Comunicazioni.

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(foto Lucia Paciaroni)

Il volto “nuovo” con cui oggigiorno è importante essere presenti nei media l’ha spiegato il cardinale, attraverso una serie di passaggi incalzanti e quantomai attuali. «Il comunicare è necessario perchè rende bella la vita della comunità, utile perchè dà un senso alla qualità del nostro essere», ha esordito Menichelli, ribadendo poi a chiare lettere che «l’amore non può che essere comunicato e la comunicazione, nella relazione, serve a costruire fraternità e prossimità».

Prossimità: un concetto citato da papa Bergoglio nel suo messaggio divulgato il 24 gennaio scorso e ripreso più volte nel corso del convegno, dal momento che «nella comunicazione troviamo il modo più semplice per rendere vera la nostra identità di persone in relazione». Un qualcosa, ha chiosato Menichelli, «che si è tristemente indebolito, in questo tempo di “partigianerie” che non ci aiutano a crescere».

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Il cardinal Menichelli durante la lectio magistralis in Ateneo (foto Lucia Paciaroni)

Di seguito, il riferimento alla Chiesa che abitiamo e «che ha il dovere di raccontarsi, aspetto fondamentale della sua missione, in quanto è presente nelle casse degli uomini»: una Chiesa «muta», ha asserito il prelato, «non serve». Così come «a distinguere la comunicazione ecclesiale c’è il fatto che essa non intende narrare egoisticamente se stessa, ma raccontare, fedelmente, la buona novella che ha ricevuto: questa è la Chiesa che dovrebbe piacerci e dobbiamo costruire insieme».

«Nella comunicazione troviamo il modo più semplice per rendere vera la nostra identità di persone in relazione»

Inoltre, ha proseguito, è sotto gli occhi di tutto il mondo l’importanza «di un linguaggio adeguato che la Chiesa stessa, che narra testimoniando, deve adoperare per essere credibile e da cui deriva la questione dell’inculturazione della fede. Pensiamo al Papa: la sua comunicazione è un fatto e non un flatus vocis».

Poi, tessendo aneddoti, ricordi ed esperienze di vita condivise quando era arcivescovo di Chieti-Vasto, un messaggio forte e diretto: «La verità è come l’acqua, che trova sempre il suo corso per sgorgare, e il narrare è una fatica, per cui la Chiesa, prima di raccontare gli eventi, deve capire, approfondire, pregare. Altrimenti diventa “zingara” della società».

In conclusione, un rimando alla cronaca spicciola a cui i mezzi di informazione ci hanno abituati – «la Chiesa non può impadronirsi della notizia, nè deve sottoporre la notizia al potere di chicchessia – e al tema della Misericordia in questo Anno giubilare. «Comunicare la misericordia è difficilissimo, perchè nell’immaginario collettivo questo termine è letteralmente “infettato”. Non dimenticate mai, ragazzi, che la comunicazione è un dialogo che non può confondersi con una sorta di democraticismo etico».

«La verità è come l’acqua, che trova sempre il suo corso per sgorgare, e il narrare è una fatica, per cui la Chiesa, prima di raccontare gli eventi, deve capire, approfondire, pregare. Altrimenti diventa “zingara” della società»

Infine, un consiglio dal sapore paterno nella centrifuga degli input quotidiani («Siete sempre costantemente connessi: riscoprite il bello della lentezza, un segno di grande sapienza, ben differente dalla pigrizia») e ancora qualche spunto offerto agli studenti universitari di questo «aeropago mutato rispetto ai secoli passati e di cui sono mutati gli strumenti di dialogo».

A loro Edoardo Menichelli, confidando di sentirsi «pacificato nella lettura del Vangelo, che è la vera notizia» e un po’ più a disagio «nel comprendere i nuovi meccanismi comunicativi», ha ribadito che «la comunicazione non è un’egemonia o un affare, nè una roba da mercato» e «i media devono creare un’integrazione culturale nuova, valorizzando il bene della persona e, di conseguenza, il bene comune per un’autentica cultura dell’incontro».

Nell’epoca del «disorientamento informativo» e dell’eccesso di informazioni, dove spesso «le notizie vengono manipolate», occorre quindi «interpretare i mezzi di comunicazione, troppo spesso suadenti e capaci di isolarci, come fattori di prossimità», in questo ambiente digitale che, come ha affermato Bergoglio, rappresenta «una piazza, un luogo di incontro dove si può accarezzare ma anche ferire».

Tre, in ultimo, i suggerimenti di una lezione destinata a rimanere impressa negli animi dei giovani e dei docenti presenti. «Al centro non va messa la notizia, ma la persona, sulla via della prossimità» compiendo «un’attenta opera di discernimento, perchè non basta la tecnologia per essere moderni» e non dimenticando mai, nei valori della libertà e dell’intelligenza cristiana, «che è utile ciò che è vero, e non ciò che piace».

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Tra le autorità civili e militari presenti, anche il sindaco di Macerata Romano Carancini, primo da destra (foto Lucia Paciaroni)
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