«Non è automatico che chi frequenta la casa di Dio e conosce la sua misericordia sappia amare il prossimo, non è automatico». Lo ha ripetuto il Papa, durante la catechesi dell’udienza generale di oggi, mercoledì 27 aprile, pronunciata davanti a circa 25mila persone – nonostante il cielo plumbeo e ventoso che incombeva su Roma – e dedicata alla parabola del Buon Samaritano. «Chi è mio prossimo?», la domanda centrale del brano evangelico, che sottintende: «I miei parenti? I miei connazionali? Quelli della mia religione?». Chi fa questa domanda, ha spiegato Francesco, «vuole una regola chiara che gli permetta di classificare gli altri in prossimo e non prossimo».

«Il samaritano, cioè proprio quello disprezzato, quello sul quale nessuno avrebbe scommesso nulla, e che comunque aveva anche lui i suoi impegni e le sue cose da fare, quando vide l’uomo ferito, non passò oltre come gli altri due, ma ne ebbe compassione, cioè il cuore, le viscere si sono commosse». È questo, secondo il Papa, “il centro” della parabola.

Ciò che fa “la differenza”, ha sottolineato, è che gli altri due protagonisti «videro, ma i loro cuori rimasero chiusi, freddi». Invece, «il cuore del samaritano era sintonizzato con il cuore stesso di Dio».

«La compassione è una caratteristica essenziale della misericordia di Dio: Dio ha compassione di noi, patisce con noi, le nostre sofferenze lui le sente con passione, ‘patire con!». Il verbo compatire «indica che le viscere si muovono e fremono alla vista del male dell’uomo». «Nei gesti e nelle azioni del buon samaritano riconosciamo l’agire misericordioso di Dio in tutta la storia della salvezza», ha spiegato il Papa: «È la stessa compassione con cui il Signore viene incontro a ciascuno di noi: lui non ci ignora, conosce i nostri dolori, sa quanto abbiamo bisogno di aiuto e di consolazione. Ci viene vicino e non ci abbandona mai». Di qui il compito a casa ai fedeli presenti in piazza: «Ognuno di noi, farsi la domanda e rispondere nel cuore: “Io ci credo? Io credo che il Signore ha compassione di me, così come sono, peccatore, con tanti problemi e tanti cose?”. Pensare a quello e la risposta è: “Sì!”. Ma ognuno deve guardare nel cuore se ha la fede in questa compassione di Dio, di Dio buono che si avvicina, ci guarisce, ci accarezza. E se noi lo rifiutiamo, Lui aspetta: è paziente ed è sempre accanto a noi».

«Il samaritano si comporta con vera misericordia: fascia le ferite di quell’uomo, lo trasporta in un albergo, se ne prende cura personalmente, provvede alla sua assistenza».
Tutto questo ci insegna che «la compassione, l’amore, non è un sentimento vago, ma significa prendersi cura dell’altro fino a pagare di persona. Significa compromettersi compiendo tutti i passi necessari per avvicinarsi all’altro fino a immedesimarsi con lui: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Ecco il comandamento del Signore». Alla fine della parabola, Gesù ribalta la domanda del dottore della Legge e gli chiede: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?». «Chi ha avuto compassione di lui», la risposta “finalmente inequivocabile”. «All’inizio della parabola per il sacerdote e il levita il prossimo era il moribondo, al termine il prossimo è il samaritano che si è fatto vicino», il commento del Papa:

«Gesù ribalta la prospettiva: non stare a classificare gli altri per vedere chi è prossimo e chi no. Tu puoi diventare prossimo di chiunque incontri nel bisogno, e lo sarai se nel tuo cuore hai compassione, che è capacità di patire con l’altro. Siamo tutti chiamati a percorrere lo stesso cammino del buon samaritano, che è figura di Cristo», ha concluso Francesco: «Gesù si è chinato su di noi, si è fatto nostro servo, e così ci ha salvati, perché anche noi possiamo amarci come lui ci ha amato. Con lo stesso amore».

M. Michela Nicolais

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