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sabato, luglio 20, 2019
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Dai migranti alla tragedia della discoteca di Corinaldo: sempre alla ricerca di un capro espiatorio

di Massimiliano Padula

Se da un lato gli italiani come collettivo tendono a chiudersi, dall’altro come singoli tendono sempre a raccontarsi e rappresentarsi sui social network. Questo atteggiamento contrapposto rischia di alterare la percezione autentica del paese reale, mortificando quel senso di comunità che dovrebbe essere il fondamento di ogni popolo. Destrutturare la dimensione comunitaria significa, infatti, mandare la società in cortocircuito. Non solo a livello identitario ma in riferimento a tutto quel corpus di norme, valori e istituzioni che la legittimano come tale e ne assicurano il funzionamento. In questo modo l’incertezza già dominante si trasforma in paura (dei migranti, ma non solo) rendendo l’individuo ancora più solo in tutti quegli spazi tradizionali che dovrebbero proteggerlo e che invece sono spesso avvertiti come insicuri

Leggendo l’ultimo Rapporto del Censis sulla situazione sociale del Paese salta all’occhio un vecchio concetto tanto caro alle scienze umane: il capro espiatorio. Da sempre l’uomo sociale ha dato la colpa a qualcosa o a qualcuno per scaricarsi la coscienza, deresponsabilizzandosi e assicurandosi così il conforto e la solidarietà della maggioranza. Succede a livello di piccoli gruppi nei quali, a essere etichettati, sono i più deboli, i diversi, i non omologati. Avviene anche a livello macro-sociale come indica il documento, in cui è riportato un dato apparentemente allarmante: il 75% degli italiani credono che gli immigrati fanno aumentare la criminalità. Analisi impeccabile, quella del Censis, ma abbastanza prevedibile vista l’aurea dilagante d’intolleranza e l’imbrutimento generalizzato di una cittadinanza italiana che appare sempre più ritorta su se stessa e meno aperta al confronto e all’accoglienza.

Altro dato interessante è il quadro che l’Istituto di ricerca fa del legame tra abitanti della penisola e media. Anche in questo caso le conclusioni non sono stravolgenti e disegnano uno scenario piuttosto articolato in cui spiccano

il moderato calo di Facebook come strumento di informazione (meno 9% rispetto allo scorso anno) e l’aumento impressionante degli utenti di WhatsApp (il 67,5% della popolazione, l’81,6% degli under 30) e di Istagram (il 26,7% di utenza, il 55,2% dei più giovani).

Insomma, se da un lato gli italiani come collettivo tendono a chiudersi, dall’altro come singoli tendono sempre a raccontarsi e rappresentarsi sui social network. Questo atteggiamento contrapposto rischia di alterare la percezione autentica del paese reale, mortificando quel senso di comunità che dovrebbe essere il fondamento di ogni popolo. Destrutturare la dimensione comunitaria significa, infatti, mandare la società in cortocircuito. Non solo a livello identitario ma in riferimento a tutto quel corpus di norme, valori e istituzioni che la legittimano come tale e ne assicurano il funzionamento. In questo modo l’incertezza già dominante si trasforma in paura (dei migranti, ma non solo) rendendo l’individuo ancora più solo in tutti quegli spazi tradizionali che dovrebbero proteggerlo e che invece sono spesso avvertiti come insicuri.

Un caso emblematico di questo “tilt” sociale è la narrazione della recente tragedia della discoteca di Corinaldo, incentrata sulla ricerca ossessiva del colpevole.

Sarà colpa del rapper Sfera Ebbasta, tatuato fino all’inverosimile e cantore di droga e altri crimini? O dell’ingordigia dei gestori del locale che avrebbero venduto più biglietti del dovuto? Oppure la responsabilità è di quei genitori che “li hanno lasciati andare” senza rendersi conto del pericolo? O dei ragazzi, soltanto dediti allo sballo? C’è anche chi se l’è presa con lo spray al peperoncino e, di conseguenza, con quelle forze politiche che ne hanno liberalizzato l’utilizzo. Ogni eventuale risposta presenta dei margini di verità ma, nello stesso tempo, espone alla tentazione di semplificazioni sterili e poco risolutive. Non esistono soluzioni preconfezionate. I divieti – come ci insegna la storia – sono sempre stati aggirati. Nello stesso tempo è bene che ci siano perché rientrano in quel processo di interiorizzazione di una coscienza “educata – spiega il cardinale di Ancona Menichelli (nell’intervista ad Avvenire all’indomani del tragico evento) – al bene, alla giustizia e alla bellezza del divertimento”. L’educazione diventa, quindi, ancora una volta la strada per dipanare quello che il porporato definisce opportunamente “disordine collettivo” e renderci così costruttori autentici di comunità. E non solo – come purtroppo sta succedendo a proposito della vicenda di Corinaldo – improvvisati investigatori alla ricerca di capri espiatori da issare sul patibolo mediatico.

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