Qui a Frontignano c’è pochissima gente in giro, anche in questi primi giorni del nuovo anno. Sono giorni di festa, eppure tutti gli impianti di risalita sono chiusi. L’inverno ha perso ogni aspetto mondano, è tornato ad essere il guardiano austero delle montagne, protettore di un silenzio che incute rispetto. La parte centrale della facciata della Domus Laetitiae è completamente sventrata. I calcinacci sono ancora lì, pendono come canne d’organo dal pavimento crollato del quarto piano. C’è un filo di vento tra gli alberi, il canto di qualche uccello, lo scricchiolio del ghiaccio sotto gli scarponi, poco altro. Una grande solitudine.

Anche giù a valle c’è silenzio, intorno a quello che resta di paesi ridotti in macerie. La vita delle comunità si è spostata altrove, tra le casette e i prefabbricati dove si sono trasferiti alcuni esercizi commerciali.

«La Repubblica assume la ricostruzione come un impegno inderogabile di solidarietà». Queste parole, pronunciate da Sergio Mattarella nel discorso di fine anno, sembrano ingaggiare un confronto serrato con le mura diroccate e gli archi puntellati da tubi Innocenti, o con il profilo del campanile di Visso, sopravvissuto alla devastazione. Proprio qui, più che altrove, si può comprende come il discorso del Presidente sia stato in realtà un appello a rimboccarsi le maniche, rivolto a tutte le forze responsabili. O forse un ultimatum, lanciato nel tentativo di evitare che il nostro paese cada definitivamente nel baratro di follia scavato dalle parole irrancidite dei seminatori di odio. «Sentirsi e riconoscersi come una comunità di vita», pensarsi dentro un futuro da costruire insieme.

Ecco il motivo dei continui riferimenti agli esempi di solidarietà, all’Italia che ricuce e sostiene, in una prospettiva che fa convergere tutti verso uno sviluppo comune: le popolazioni che soffrono le conseguenze dolorose dei terremoti, i giovani in cerca di lavoro, gli anziani, gli italiani all’estero, gli immigrati che vanno a scuola, lavorano e fanno sport nel nostro Paese. Che i detrattori dicano pure che si è trattato di un discorso “sentimentale”, o retorico. Una effimera rivincita buonista? Tornino ad ascoltare Vasco Rossi, che in tempi non sospetti cantava: «Buoni o cattivi non è la fine, prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare, che di per sé è maledetto perché divide, mentre qui tutto dovrebbe solo unire».

Le parole del Presidente rappresenteranno una pietra di inciampo per coloro che, anche quest’anno, cercheranno di abbindolarci gridando ingrugniti, nei social e in televisione, “Prima gli italiani!”. Risulteranno indigeste per tutti coloro che si faranno paladini di alcuni esclusi, solo per escludere altri ancora più poveri. A loro, in realtà, dei poveri non interessa nulla: diranno “Prima” perché non avranno il coraggio di dire “Solo”, nel tentativo malriuscito di nascondere pensieri emarginanti.

I difetti e le disparità da colmare non mancano. Eppure – è sempre Mattarella a sottolinearlo – l’universalità e l’effettiva realizzazione dei diritti di cittadinanza sono state grandi conquiste della Repubblica. Pilastri che il sisma, per fortuna, non sembra avere lesionato. Restiamo vigili, ce la possiamo fare.

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