di Clara Ferranti

Finiti i festeggiamenti di Capodanno, che aprono ad un futuro ancora tutto da vivere, scuole e istituzioni, palinsesti televisivi e compagnie teatrali e musicali si preparano con gran fermento alla celebrazione di un passato che per il tramite della memoria, echeggiando le parole di Terracina, «si lega al presente e condiziona il futuro». Un solo giorno è oramai sentito come insufficiente per assolvere a un dovere che, prima ancora di essere istituito per legge, scaturisce dal cuore di un’umanità ferita dall’irrisarcibile sacrificio umano che il delirio nazifascista ha reso eterno nella memoria dell’uomo di ogni tempo da Auschwitz in poi. È così che gennaio è salutato come il “mese della memoria” e nutrito dalle celebrazioni commemorative della Shoah che, come i pani e i pesci, si moltiplicano nel corso dell’intero mese.

Già da qualche anno, ad esempio, un “gruppo di lavoro” istituito ufficialmente nel 2016 presso il Consiglio Regionale delle Marche, al quale chi scrive ha l’onore di appartenere come rappresentante della Rete Universitaria per il Giorno della Memoria, si impegna con iniziative concrete, come il progetto sulle pietre d’inciampo di Gunter Demnig, e con il coordinamento e la promozione degli eventi celebrativi che vengono organizzati sul territorio della nostra regione. Il 2019 non sarà da meno. Quest’anno, oltre all’apposizione di nuove pietre d’inciampo, è previsto in Consiglio Regionale il ricordo di una figura chiave nella storia di salvezza della comunità ebraica di Ancona durante il rastrellamento nazista, quella del rav Elio Toaff.

Ben venga dunque questo cibo per l’anima e l’intelletto che rende impossibile passare oltre la pagina più brutta della storia contemporanea senza fermarsi a riflettere. Se il lato positivo della legge istitutiva il Giorno della Memoria è proprio la generosità delle manifestazioni, quello negativo è però la trappola della retorica: dopo il 27, o finito gennaio, che cosa resta? Le modalità di trasmissione del valore della memoria passano così al setaccio stesso della nostra storia. Dopo gennaio, i ragazzini continueranno a interrogare i propri genitori, educatori, insegnanti e mentori? Questi, si interrogheranno a loro volta, cercando nuove risposte e nuove vie che soddisfino non tanto il grido accorato perché non accada mai più, quanto la domanda ancora più accorata di costruzione attiva ed efficace di un vivere civile permeato di bene? Lo si vedrà fiorire il bene nell’agire dell’uomo, o saranno maggiormente visibili le radici marce di quest’epoca piena di contraddizioni? Se vi sarà una risposta positiva, allora quei pani e quei pesci saranno stati “cibo buono” per tutti e avranno colpito nel segno, altrimenti si riveleranno essere aria fritta, vuota retorica.

La posta in gioco di ogni 27 gennaio è alta: il futuro e i suoi cittadini. Non c’è spazio per cibo scadente e avariato: checché se ne dica dei nostri giovani, frantumati, incompresi e biasimati, la fame più intensa sentita da tutti è quella di parole piene che sappiano creare vita e tracciare nuove vie nelle quali riconoscersi e trovare se stessi. È una fame insaziabile d’identità quella che scaturisce oggi da ogni atteggiamento, anche provocatorio o riprovevole, identità sacrosanta che viene tuttavia ideologizzata, manipolata, appiattita e negata nel secolo che è forse il più totalitario per eccellenza e che riesce a superare in falsità, ipocrisia, scelleratezza e stupidità persino quello del secolo scorso.

Per far fronte alla spinta espansionistica di questo nuovo “totalitarismo ideologico psico-mentale” c’è bisogno in primis di formare una memoria retta, non negata e non distorta, depurata da interpretazioni ideologiche e capace di denunciare e prendere in carico tutte le responsabilità del male che nelle vicende della storia ha incontrato il consenso umano, individuale e collettivo.

Il 27 e dintorni diventa allora il punto di partenza di una grande e autentica sfida, ben saporita e condita come una buona ricetta il cui sapore si deve avvertire nelle papille gustative dell’anima per tutto il resto dell’anno, a partire da gennaio, mese della memoria e della rinascita. Il modo in cui i nostri giovani avranno saldato la loro identità nel corso di quest’anno costituirà la misura e il valore del fare memoria che proprio ora si schiude.

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