Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Viviana De Marco: “Dal 2011 in preghiera anche nelle Marche”

Nelle Marche sono attualmente presenti la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Costantinopoli, la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Bucarest, la Chiesa valdese - metodista, la Chiesa battista, la Chiesa anglicana e la Chiesa avventista

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: al di là della routine. Conversazione con la professoressa Viviana De Marco. Dal 18 al 25 gennaio 2019 le chiese cristiane sono invitate a pregare per il dono dell’unità, un’occasione preziosa che dal 1908 coinvolge milioni di credenti in tutto il mondo. A questo proposito, siamo entrati in dialogo con la prof.ssa Viviana De Marco, docente di ecumenismo presso l’Istituto Teologico Marchigiano e da anni attiva sul fronte dello scambio tra le chiese, per avere un approfondimento delle questioni sul campo.

Prof.ssa De Marco, la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani ci ricorda il fatto che le chiese non stiano compiendo in pienezza il comandamento di Gesù dell’unità. Quali sono, a suo avviso, gli ostacoli maggiori? Inoltre, ritiene che i rapporti tra cristiani siano cresciuti negli ultimi anni o si stia vivendo una stasi dovuta all’esaurirsi dell’entusiasmo postconciliare?

Certamente l’invito a costruire l’unità tra le Chiese non è soltanto il frutto di accordi teologici o di una contingenza storica, ma corrisponde al desiderio espresso da Gesù che ci ha chiesto di essere una cosa sola come Lui e il Padre sono una cosa sola ( cfr. Gv 17,21). Credo che questo ci interpelli come cristiani e come cattolici, cioè chiamati ad avere una visione universale, – cattolica appunto – della Chiesa. L’ecumenismo non è un optional per la vita della Chiesa, non è una attività aggiuntiva alla pastorale come ricorda Giovanni Paolo II in Ut Unum Sint, ma è qualcosa che appartiene all’essenza stessa della Chiesa. E credo che dal Concilio Vaticano II in poi si stia facendo molto in questo senso. Certamente alcuni ostacoli permangono, ma esiste anche una consapevolezza e anche una fratellanza e una volontà di conoscersi e di cooperare insieme che 55 anni fa quando è stata promulgata Unitatis Redintegratio erano semplicemente impensabili… Certo, è vero che subito dopo il Concilio c’era molto entusiasmo e ottimismo, e si pensava che si arrivasse all’unità dei cristiani in tempi molto brevi. Ora forse c’è meno entusiasmo e maggior consapevolezza: consapevolezza realistica delle difficoltà e degli ostacoli che potrebbero derivare da ragioni politiche che si intersecano con la gelosa difesa della propria tradizione ecclesiale, oppure da una scarsa conoscenza e dalla sedimentazione di pregiudizi frutto della divisione attuata per secoli, oppure dalla paura di “svendere” la propria storia, il proprio patrimonio di fede e le proprie tradizioni per essere omologati a questa o a quella tradizione e di essere costretti ad accettare in toto la prospettiva teologica dell’altro… Ma è chiaro che queste paure derivano da un falso modello di unità, che in realtà non è unità, ma omologazione. Il Concilio Vaticano II e il magistero postconciliare ci hanno mostrato un modello di unità nella diversità, o per dirla con Papa Francesco, un modello di diversità riconciliata. In ogni caso il comandamento di Gesù sull’unità ci apre una prospettiva di tipo trinitario che vale anche a livello ecclesiologico, dove l’amore reciproco che caratterizza la vita delle Tre Persone divine suggerisce un modello di comunione, dialogo e reciprocità all’interno della Chiesa e tra le Chiese. E a questa rinnovata consapevolezza trinitaria, in ambito ecumenico si aggiunge a mio avviso la consapevolezza che si tratta di un cammino, di un work in progress, potremmo dire, un cammino che conserva la sua bellezza anche in itinere, nei percorsi facili e non facili verso la piena comunione, nella certezza che in ogni caso, nonostante le fragilità e la biblica sklerocardia, la durezza di cuore degli uomini, è lo Spirito Santo che ci guida alla verità tutta intera.

Papa Francesco sottolinea spesso che, accanto al cammino dottrinale e dei teologi, ci debba essere un ecumenismo della carità e del martirio. Come si rapportano secondo lei questi ambiti?

Certamente il lavoro dei teologi e dei delegati è importante, e mi pare che ci siano stati notevoli risultati nel dialogo con la Riforma, con la Dichiarazione congiunta sulla giustificazione del 1999, e nel dialogo con l’ortodossia con il Documento di Ravenna del 2007. Ma resta fondamentale quello che si potrebbe chiamare ecumenismo di popolo, l’ecumenismo della vita, poiché come ci ricorda 1Cor 12, è l’unico Spirito che opera in tutti e realizza i frutti del battesimo, che già ci rende fratelli in Cristo. Sicuramente è importante sensibilizzare il popolo cristiano all’ecumenismo. Spesso c’è una mancata conoscenza delle altre Chiese che non dipende da cattiva volontà ma solo, appunto, dal non conoscersi: oggi nella società multiculturale è frequente ad esempio avere in casa una badante ortodossa, e pensare magari che questo significa che ha un’altra religione! Ecco perché a mio avviso si deve promuovere una sensibilità ecumenica dentro le diocesi, dentro le parrocchie e nei movimenti, gruppi e associazioni ecclesiali, perché l’ecumenismo ci rende cristiani maturi e consapevoli del dono di grazia ricevuto con il battesimo e ci aiuta a metterlo a frutto. Si tratta quindi di condividere le esperienze di vita e di fede con i cristiani delle altre Chiese e non solo fare celebrazioni ufficiali con i delegati… E si tratta di essere sempre più consapevoli di quanto i martiri hanno operato nel contribuire con il loro sangue e la loro testimonianza ad edificare l’unica Chiesa di Cristo, la una sancta. E non si può dimenticare il valore fondamentale della preghiera, e quindi anche il contributo degli ordini monastici e contemplativi che sostiene con la preghiera continua tutto il cammino ecumenico. Già in Unitatis Redintegratio si parla di ecumenismo spirituale. Ed è importante, perché il comandamento di Gesù sull’unità è un invito e una responsabilità per noi, ma è anche una preghiera che rivolge al Padre, che guida i cammini degli uomini.

Quali cammini hanno intrapreso le chiese delle Marche per sensibilizzare le nostre comunità su questo ambito?

Nella nostra regione, sin dal 2011, è nato il Consiglio delle Chiese Cristiane delle Marche dove sono presenti le delegazioni delle diverse Chiese. C’è uno Statuto che abbiamo firmato e che ci impegniamo a rispettare. Ci incontriamo quattro volte l’anno per pregare, per condividere le necessità come nel caso del terremoto, per confrontarci su tematiche come il battesimo, per organizzare eventi di popolo come la passeggiata ecumenica, la settimana per l’unità dei cristiani, la giornata per il creato e soprattutto per dare testimonianza insieme come cristiani in cammino verso la piena unità.

Quali sono le Chiese effettivamente presenti nelle Marche?

Nelle Marche sono attualmente presenti la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Costantinopoli, la Chiesa ortodossa del Patriarcato di Bucarest, la Chiesa valdese – metodista, la Chiesa battista, la Chiesa anglicana e la Chiesa avventista.

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