Il manifesto

Anche quest’anno l’amministrazione comunale e la sezione ANPI di Urbisaglia hanno commemorato la Shoah con un incontro al Teatro comunale. Protagonisti dell’evento, oltre alla presidente ANPI di Urbisaglia Giovanna Salvucci e al sindaco Paolo Giubileo, sono stati l’architetto Sara Baretta e il professore Carlo Hanau che hanno ricostruito la storia di tre internati del campo di Urbisaglia: Carlo Hanau (nonno del relatore) e i suoi due figli, i gemelli Primo Ugo (padre del relatore) e Secondo Lino.

Carlo Hanau, il sindaco Giubileo, Giovanna Salvucci

Il campo di internamento di Urbisaglia Bonservizi fu allestito presso la Villa Giustiniani Bandini all’Abbadia di Fiastra e dal giugno 1940 fino alla chiusura nel settembre 1943 ospitò figure di spicco della cultura ebraica, altri ebrei italiani considerati pericolosi per motivi politici, ebrei stranieri appartenenti a Stati che applicavano la politica razziale, antifascisti e sloveni.

Originari di Ferrara, furono le loro idee politiche, molto più della classificazione di “ebrei puri”, a condurre gli Hanau all’internamento; furono ripetutamente trasferiti in numerosi centri detentivi d’Italia, tra cui il campo di Urbisaglia, dove i tre arrivarono in momenti diversi. Paradossalmente furono le loro posizioni sovversive a salvarli: altri membri della famiglia Hanau che mai si erano occupati di politica finirono ad Auschwitz e non fecero ritorno. Racconta il professore Hanau: «Il cognome Hanau, un tempo diffuso in tutta Europa, dopo la Shoah si è ridotto ai minimi termini. Anche la presenza di ebrei in Italia ha subito una gravissima flessione: dai circa 30.000 prima delle persecuzioni, ne rimasero poco più di 20.000. Molto più di una decimazione: fu ucciso un ebreo su tre.»

Il pubblico

Salvato dall’età avanzata, Carlo Hanau poté tornare a Ferrara nel ’41. I gemelli furono separati: Primo Ugo ritornò in libertà nel ’41 mentre Secondo Lino, più esuberante e ribelle, fu trasferito da un campo all’altro fino al settembre 1942. Un atto di clemenza del Duce li rese infine uomini liberi all’inizio del ’43, ma questo non fu che l’inizio. Dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43, la loro vita fu di nuovo in pericolo; padre e figli Hanau fuggirono verso Sud per unirsi alla banda partigiana Popoli, fermandosi anche a Urbisaglia cercando rifugio e protezione presso la popolazione.

In una lettera conservata presso l’Archivio della Resistenza di Bologna e rinvenuta dall’architetto Sara Baretta nel corso delle sue ricerche, Secondo Lino ringrazia le famiglie del Maceratese che li hanno aiutati a salvarsi dalle retate nazifasciste, tra cui la famiglia Contigiani di Passo Colmurano, con un ricordo particolare dedicato a Maria Contigiani, oggi 93enne, residente a Pollenza. Giovanna Salvucci l’ha incontrata.  Alla domanda: «Signora Maria, siamo venuti a trovarla perché lei, durante la guerra, ha nascosto delle persone a casa sua, è vero?», la sua risposta disarmante è stata: «Allora? Che ho fatto, qualcosa di male? Era una cosa così… una cosa normale.» In risposta alla rivelazione che Secondo Lino l’aveva ringraziata in una lettera, dice: «E va bene, mi ha ringraziato, sono contenta, il Signore se ne ricorda anche se io non lo so. Sono contenta di aver fatto un’opera buona.» (Qui l’intervista completa alla signora Maria Contigiani)

Carlo Hanau, Cristina Arrà, Giovanna Salvucci, Sara Baretta

Per quanto inconsapevole, l’“eroismo quotidiano” di Maria Contigiani resta straordinario e non è che uno dei numerosissimi esempi di azioni di resistenza compiute dalla popolazione dei paesi e delle campagne che hanno permesso alla lotta partigiana di non soccombere e di contribuire alla liberazione del Paese. «L’eroismo quotidiano è molto più eroico dell’eroismo di un istante» ha sottolineato il professor Hanau. «Era pericolosissimo ospitare gli ebrei e i partigiani. Nelle comunità tutti sapevano della presenza di persone nascoste, e tutti dovevano essere d’accordo perché, se anche uno solo faceva la spia, era finita per tutti. Io la chiamo resistenza disarmata, che fu indispensabile supporto per quella armata dei partigiani.»

Un altro episodio è stato condiviso dalla moglie del professor Hanau, la dottoressa Daniela Mariani Cerati, che ha raccontato l’eroismo degli abitanti di Cotignola e del suo commissario prefettizio, Vittorio Zanzi. Dall’autunno del 1943 alla primavera del ’45, infatti, Cotignola diventò un vero e proprio rifugio per gli ebrei perseguitati che qui ricevevano non solo l’ospitalità dalle famiglie ma anche documenti falsi con nomi che non li identificassero come ebrei. «È stata una forma di disobbedienza civile che si è resa possibile grazie alla collaborazione di tutti» ha detto Daniela Mariani Cerati.

L’evento è stato anche l’occasione per presentare il sito del campo di internamento di Urbisaglia, dove sono raccolti la storia del campo, l’elenco degli internati, le loro schede personali, i documenti riguardanti la gestione del campo e tutte le foto finora ritrovate. «La creazione di questo sito non sarebbe stata possibile senza l’aiuto di Marion Scott, una signora del Michigan (Usa) il cui nonno è stato internato a Urbisaglia e poi tradotto ad Auschwitz. È lei che ha iniziato ad aiutarmi a cercare i congiunti dei dodici ebrei che da Urbisaglia morirono nei campi di sterminio,» ha spiegato Giovanna Salvucci, le cui ricerche, insieme a quelle dello storico locale Pino Ferranti, hanno permesso di rinvenire numerosi documenti e fotografie degli internati. «Per i parenti dei prigionieri, l’Abbadia di Fiastra è l’unico luogo che rimane per piangere i loro nonni, finiti chissà dove nei campi di sterminio.» Il sito, disponibile anche in inglese, propone le informazioni disponibili ma è anche il canale attraverso il quale raccogliere

Carlo Hanau, Paolo Giubileo, Giovanna Salvucci, Sara Baretta

ulteriore materiale sugli internati, tutte informazioni che confluiranno nel futuro Museo della Memoria che sarà allestito nei locali di Villa Bandini in occasione della ristrutturazione dei locali per recuperare i danni del terremoto del 2016. «È importante che tutti gli urbisagliesi sposino la causa della creazione del Museo della Memoria. Tutti noi dobbiamo crederci,» ha caldamente esortato Cristina Arrà, referente alla cultura del Comune, in conclusione dell’incontro.

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