Mafia e giornalismo. Parla Paolo Borrometi (Tv2000): “La paura non ti deve bloccare le gambe”

Il giornalista di Tv2000 minacciato di morte per le sue inchieste antimafia, racconta la vita e la professione sotto scorta. E la scelta di andare avanti: "Chi fa il proprio dovere non deve temere nulla"

Paolo Borrometi nella foto di Stefania Casellato

di Antonella Gaetani

Gentile, voce ferma, si avverte una leggere inflessione siciliana. Giornalista e scrittore, Paolo Borrometi da anni si occupa di criminalità organizzata. Direttore della testata giornalistica “La Spia” lavora a Tv2000 ed è presidente dell’associazione “Articolo 21”. Dal 2014, a causa delle continue minacce, vive sotto scorta. Pochi giorni fa è stata recapitata alla redazione di Tv2000 una lettera contenente minacce di morte: «Picca n’ai», la scritta composta da ritagli di giornale. Tradotto dal siciliano: «Manca poco».

Come è condizionato il suo lavoro dalle continue minacce?
Con cinque uomini che ti sono sempre accanto è complesso fare il giornalista, l’accesso alle fonti e quello che ne consegue. Io sfrutto tanto e cerco di sfruttare al meglio le nuove tecnologie per il contatto con le fonti e non esporre persone terze, che potrebbero irrigidirsi o bloccarsi in un racconto di fatti delicati come quelli che riguardano la criminalità organizzata. Si fa di necessità virtù. Certo, la situazione è pesante

Come cerca di esorcizzare la paura?
Ho avuto molte aggressioni. Ho una spalla che ancora ha conseguenze a seguito di un’aggressione dove mi è stata fratturata in tre parti, hanno tentato di dare fuoco alla mia casa, poco tempo fa è stato scoperto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura un attentato in cui a saltare in aria dovevo essere non solo io ma anche i ragazzi della mia scorta. Ho paura tutti i giorni. Ho imparato che la paura non ti deve bloccare le gambe ma è qualcosa da trasformare in positivo per andare avanti con la consapevolezza del pericolo e, al contempo, con la coscienza che chi fa il proprio dovere non deve temere nulla.

Sono continue le minacce nei suoi confronti, secondo lei perché?
Io ho più volte sottolineato che faccio il mio dovere di giornalista, non faccio nulla di straordinario. Guardo i fatti, analizzo e racconto con nomi e cognomi. La lotta alle mafie non può più essere un grido come avveniva negli anni ’70 che portava a dire: “Le mafie ci fanno schifo”. Oggi fanno affari, talvolta con la politica. Corrompono. Io cerco di raccontare tutto questo e non mi sono mai piegato. Io posso riferire quello che disse un boss durante un interrogatorio ad aprile. “Io Borrometi lo vorrei vedere morto perché con le sue inchieste ci ha fatto perdere milioni di euro”. Ecco, ho posto l’attenzione su clan di cui non si parlava. Con i miei racconti ho messo sotto la lente di ingrandimento territori e situazioni e questo ha creato dei danni economici

Le mafie sono cambiate?
Le mafie di oggi sono molto cambiate. C’è molta differenza tra nord e sud. Al sud c’è un profondo controllo sociale, che è drammatico, esercitato in territori dove lo Stato drammaticamente non è presente. Oltre a quello c’è il controllo economico. Al centro nord c’è più un controllo economico e non sociale e militare. Le mafie hanno compreso che devono ricorrere alla violenza solo come estrema ratio mentre prima sparavano per qualsiasi cosa, per regolare ogni questione. Oggi hanno sempre l’intimidazione per indurre paura e portare al silenzio le comunità. Ma si spara solo se necessario. Si tenta prima di corrompere. Le mafie sono transnazionali, fanno affari, si occupano del gioco on line, hanno scoperto un campo come quello agroalimentare: portano la frutta e la verdura sulle tavole degli italiani. Affari molto redditizi con la minima esposizione

Giovanni Falcone diceva che la mafia è un fatto umano e come tutti i fatti umani avrà anche una fine. È così secondo lei?
Io ho più volte riflettuto su questa frase di Falcone . Lui era stato troppo positivo nel valutare una società. Quello che è accaduto qualche tempo fa con l’arresto dei rampolli della mafia a Palermo ci mostra come la mafia sia presente non solo al sud ma nell’intero Paese. Questo ci fa comprendere che peggio delle mafie c’è la sub cultura mafiosa. E se noi continuiamo a privilegiare la raccomandazione piuttosto che il merito questa è la vittoria della sub cultura mafiosa, per cui ci si rivolge sempre al più forte. E questo talvolta è il politico di turno, talvolta il mafioso, che dà lavoro, ma è un lavoro senza garanzie. Io penso che Giovanni Falcone disse quella frase dopo il maxi processo quando le cose stavano andando bene nella lotta contro le mafie e si era pensato poco alla forza della cultura sub mafiosa. Noi dobbiamo pensare che a più di qualcuno in questo Paese la mafia e l’atteggiamento mafioso piacciono e fanno comodo perché danno risposte immediate che spesso lo Stato non dà.

Il lavoro e la giustizia sociale sono le spine nel fianco del nostro Paese. Le mafie quanta forza prendono da questo?
Lei ha colto l’aspetto più profondo di quel che dicevo prima. In questo Paese accade che da troppo tempo qualcuno ha pensato che la politica clientelare potesse valere qualche voto in più e così è stato. Ma se non si fanno delle politiche serie sul lavoro, le mafie non le sconfiggeremo perché sfruttano il bisogno, la povertà, l’arretratezza. Per questo dico che il lavoro è l’antidoto alle mafie. Ma il lavoro lo deve dare lo Stato. Dobbiamo spiegare che il lavoro dato dalle mafie non è libero, non assicura quella libertà che è sinonimo del diritto al lavoro.

Questa fame di lavoro al sud spiega il successo del reddito di cittadinanza in quei territori?
Non lo so. Lo possiamo chiamare reddito di cittadinanza o in un altro modo. Era dell’associazione “Libera” l’idea di un reddito di dignità. Io non sono così negativo sull’idea del reddito di cittadinanza, ma dipende da come viene applicato. Non deve essere una misura di assistenza ma una spinta in più verso una condizione di libertà dal giogo della mancanza di lavoro. Non ho nessuna preclusione sul reddito di cittadinanza. Non so se a spopolare al sud sia stato quello o la necessità di territori che hanno sentito la crisi più del nord. Qualsiasi forma che liberi i cittadini dal bisogno immediato del pane deve essere qualcosa di positivo.

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