Le cure palliative dicono che “non abbiamo pazienti, abbiamo persone, con tutto il loro bagaglio fisico, psicologico, culturale e spirituale”; riconoscono “accanto ai malati, la presenza dei familiari e di quanti si operano per la loro salute” e “ricollocano la persona sofferente, anche quella che si appresta al passaggio della morte, dentro le sue relazioni fondamentali, familiari e sociali”. Lo ha detto oggi a Mosca mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita (Pav), intervenuto al “Colloquio” che ogni anno Chiesa cattolica e Patriarcato di Mosca organizzano per ricordare l’incontro di Cuba del 2016 tra Papa Francesco e il patriarca Kirill. tema odierno, il fine vita. “Non si può morire da soli!” esclama Paglia secondo il quale “la domanda di eutanasia o di suicidio assistito è nella quasi totalità dei casi figlia dell’abbandono sociale e terapeutico del malato. Al contrario, una volta che si sia messa in atto una valida presa in carico multidisciplinare del paziente e coinvolta positivamente la rete di relazioni affettive e professionali è rarissimo trovarsi di fronte a una richiesta di morte”. La responsabilità nei confronti delle vite degli uomini e delle donne, “soprattutto dei più piccoli e dei più poveri, di oggi e delle generazioni future” è “una sfida grande” e “non può essere ridotta a una semplice questione tecnologica. Il cristianesimo può davvero, in questa nostra epoca, aiutare l’umanità intera a cogliere le sfide della vita in una dimensione umanistica e spirituale imprescindibile, essenziale”, conclude Paglia facendo dono al Patriarcato di Mosca e alla Chiesa Cattolica della traduzione in russo della Lettera Humana Communitas.

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