«E con questo sono cinque kill, raga! Ma come avrò fatto, non ho faitato più di tanto… Quelli erano proprio nabbi, o forse era il programma che laggava…».

Se avete difficoltà a comprendere queste parole, o ignorate la differenza che corre tra una visione in soggettiva e una in terza persona, vuol dire che anche voi siete dei nabbi senza speranza: incapaci di distinguere se vostro figlio sia stato risucchiato nel mondo di “Fortnite” o in quelli di “Hitman”, “Apex Legend”, o “Rainbow Six”.

Lo osservate mentre impugna il controller: i lineamenti sono contratti, illuminati di riflesso dalla luce dello schermo. La postura del corpo è rigida, il tono della voce alterato. I rumori delle esplosioni gli giungono attraverso le cuffie da gaming, così come le voci degli amici con i quali sta giocando online. All’esterno trapela ben poco. È solo un ragazzo, seduto di fronte al monitor. Nei momenti di silenzio potete udire il rumore prodotto dalla ventola di raffreddamento della console. Ma la ventola, come voi, appartiene a quel mondo reale che vostro figlio ha abbandonato per volare altrove.

Ecco, è proprio questo il problema che vi inquieta: siete tagliati fuori dall’avventura che lo ha catturato. Irrimediabilmente esclusi. Rappresentate soltanto una voce sgradita che a volte, dall’esterno, lo richiama al rispetto delle regole dettate per cercare di limitare il tempo di gioco. D’altronde il ruolo di guardiani vi si addice poco. Qualcosa, dentro di voi, vi suggerisce di indossare la cuffia, prendere il controller in mano e provare, almeno una volta, a entrare insieme a lui nell’avventura: paracadutarsi nell’isola, avanzare con circospezione, scovare i nemici prima che loro scovino voi. È un attimo, e ci siete dentro fino al collo. Catturati, anche voi, dall’incessante sequenza di suoni e immagini che vi assalgono.

Alcune ricerche scientifiche hanno scoperto che i videogiochi attivano la parte frontale sinistra del cervello, stimolando la produzione di dopamina. È lo stesso effetto osservato in chi assume droga, al punto tale che si è arrivati a parlare di cocaina digitale. I giochi “sparatutto”, in particolare, prendono in ostaggio la mente degli adolescenti, danno un senso di onnipotenza, fanno credere loro di poter fare qualunque cosa, senza pagarne le conseguenze.

Eppure altre ricerche hanno messo in luce come, proprio attraverso i video giochi, all’interno delle relative comunità virtuali, i più giovani sviluppino capacità di interazione sociale. Pianificano strategie, si attivano per risolvere problemi, esprimono con maggiore facilità il proprio pensiero creativo, al punto tale che si sta pensando di sfruttare le capacità di coinvolgimento di questi strumenti anche per finalità didattiche.

Le statistiche dicono che gli adolescenti trascorrono online dalle 7 alle 13 ore: anche questo dato vi spaventa. Ma poi pensate che gli adulti hanno raggiunto lo stesso grado di dipendenza. Incapaci di resistere al fascino dei social media, impantanati nel traffico web, eppure chiamati a vigilare sui loro figli. Con lo stesso inconfessabile sogno di un arbitro baro: gettare il fischietto alle ortiche e calciare in porta, almeno una volta, quel benedetto pallone…

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