di Pierluigi

Campo profughi in Siria

Fuggono dalle guerre, dai genocidi, dai massacri. Sono i rifugiati. Ma fuggono dalla morte anche quelli che con sprezzante superficialità vengono considerati migranti economici. Non è accettabile la graduatoria della disperazione… Non si muore un po’ di più o un po’ di meno in base alla propria condizione. Le distinzioni sono spesso state, nella storia, cattivi presagi.

Campo profughi in Siria

Così migrano i piccoli del campo di Bab al Salaam, in Siria, a qualche chilometro dal confine turco, che, con le loro famiglie, vivono condizioni terribili nell’immensa tendopoli Unhcr, dopo aver perso tutto in una guerra che dilania la Siria da anni. Vivono in tende che si arroventano d’estate e gelano d’inverno, senza nulla, se non i pochi indumenti logori di cui si vestono, con un solo presidio sanitario per migliaia di persone, tra fogne a cielo aperto, in cui giocano,

Siria, vita in un campo profughi

mangiano, corrono. Senza poter andare a scuola, se non qualche ora ogni tanto, grazie all’impegno di alcuni volontari (raid aerei permettendo). E allora migrano Hazar, Kadija, Aeham, per salvarsi la vita. Così come tentano la roulette russa di una traversata in mare Sidonie, Ibert e Warma che, con i genitori, o forse anche da soli, lasciano disperati le loro radici.

 

Villaggio del Sahel

Radici che affondano nella terra arida, secca, assolata del Sahel. Sidonie è orfana di padre, ha tre fratelli più piccoli e la madre da sola non può provvedere a sfamarli. Ibert non è mai andato a scuola, perché la scuola non c’è. Lavora duramente nei campi sotto il sole, senza acqua, se non quella delle pozzanghere che si formano nella stagione delle piogge. Quella stessa acqua che lo farà morire col ventre che scoppia d’infezioni. E l’ospedale è solo un dispensario che si trova a decine di chilometri. Nessuno,

Villaggio del Sahel

nel suo villaggio di capanne di paglia e fango, ha un mezzo per affrontare un viaggio così lungo. E poi Ibert non è mica il solo bambino con la pancia gonfia.

Warma vive in una capanna, senza acqua e senza luce, mangia una manciata di polenta di miglio quando può, quando la terra riarsa gliela concede, quando riesce a dissodarla con la sola forza delle sue braccia a 42 gradi sotto il sole. Warma è ormai una signorina e vorrebbe imparare a leggere e scrivere, ma i costi della scuola glielo vietano, ancor più che la

Sahel

distanza. Lei li farebbe volentieri quei quindici chilometri a piedi per andare e poi tornare. Ma non è sicuro per una ragazza andarsene in giro da sola, per la savana, in ore antelucane e a tarda sera. Warma non vorrebbe lasciare il suo villaggio, perché non sa cosa sia il mare e la spaventa. Non sa nemmeno di che colore è. Non l’ha mai visto e nessuno glielo sa raccontare.

Padre Mauro Armanino nel suo blog (spesso provocatorio) considera il Mediterraneo come la più grande tomba al mondo, suggerendo quindi di rappresentarlo, nella più comune cartografia, con il colore rosso anziché l’azzurro.

Hazar, Kadija e Aeham scappano dalla guerra, ma anche Sidonie, Ibert e Warma fuggono dalla morte. Non sarà la guerra a procurargliela, ma le scarse condizioni igieniche, la fatica, la mancanza di cibo e d’acqua, l’impossibilità di raggiungere anche solo un sparuto dispensario per ricevere una qualsiasi medicina.

Villaggio nella savana

Perché allora il comune e diffuso pregiudizio secondo il quale il migrante che viene da zone non devastate da guerre non merita attenzione ed accoglienza? In realtà quel migrante cerca solo un’opportunità per se stesso, per la propria famiglia e per i propri figli. D’altro canto come si può migliorare una condizione economica che non c’è? Non si può migliorare qualcosa che non esiste. Non si tratta di migrare per fare soldi. Piuttosto per sottrarsi dalla fame e dalla miseria.

Le motivazioni delle migrazioni non stanno mai soltanto in ciò che si immagina ci attenda alla meta (che poi non è mai quello che ci si aspetta), quanto, piuttosto, in ciò che si lascia, ciò da cui si fugge. Ed è, in ogni caso, la morte, sia che venga dalla guerra, sia che vanga da una condizione di vita in cui perfino la sopravvivenza è impossibile e diventa disperazione.

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