di M.Michela Nicolais

“Ci ha chiesto di metterci la faccia, per intercedere con forza a favore del nostro popolo, a partire dai più miserabili e dai più deboli”. Mons. Gianrico Ruzza, segretario generale del Vicariato di Roma, riassume così a caldo per il Sir le parole pronunciate dal Papa al termine del tradizionale incontro di inizio Quaresima con i preti che svolgono il loro ministero nella sua diocesi. Lo schema della mattinata, nella basilica di San Giovanni in Laterano, è stato – come succede da tre anni a questa parte – quello della liturgia penitenziale, con l’ascolto di alcuni brani dell’Esodo e la meditazione del cardinale vicario, Angelo De Donatis. Poi il momento delle confessioni individuali, che ha coinciso con l’arrivo del Santo Padre, che ha confessato personalmente alcuni sacerdoti prima di prendere la parola di fronte ai suoi parroci.

Mons. Ruzza, come ha esordito il Papa nel suo discorso?
È partito dall’invito a vivere il tempo dell’Esodo come occasione per ripensare la nostra vita e dare un tono spirituale alla nostra esperienza pastorale in cammino con il popolo.

Il Papa ha chiesto che ci mettiamo la faccia: vuole che intercediamo con forza, come a fatto Mosè, in favore del nostro popolo, a partire dai più miserabili e dai più deboli.

Ci ha spronato ad un’assunzione di responsabilità, con un tono di forte umiltà: essere umili per essere al servizio del popolo di Dio, che non è nostro. Nell’atteggiamento del prete, in altre parole, per il Santo Padre non deve esserci mai autoreferenzialità, autocompiacimento: il servizio sacerdotale deve essere vissuto come offerta totale di sé per permettere alla porzione di popolo che ci è affidata di incontrare il Signore.

Tutto ciò ha delle conseguenze ben precise nel “modello” di sacerdote da incarnare nella pastorale quotidiana…
Certamente. L’invito del Papa, come quello del card. De Donatis nella sua meditazione, è a ripensare il ministero sacerdotale dando la centralità alla vita spirituale e mettendo in secondo piano gli aspetti organizzativi.

Preti meno “manager” e più uomini di Dio, insomma, perché il prete è un servo e non un leader.

Nessun sacerdote deve pensare di avere un diritto sul suo popolo, sul quale non può e non deve esercitare nessuna forma di proprietà: noi siamo solo un tramite per favorire l’incontro con il Signore, perché il vero potere è il servizio, come ripete spesso Francesco. Quando ci mettiamo a parlare con Dio difendiamo il nostro popolo dai pericoli del male, ci ha detto il Papa nel suo discorso di oggi, riferendosi esplicitamente agli scandali recenti che hanno coinvolto il clero. E’ questo l’antidoto più efficace.

Il tema del cammino da fare insieme, “vescovo-popolo” – oggi declinato dal Santo Padre come cammino “prete-popolo” – è una costante del magistero di papa Francesco, fin dalle sue prime parole pronunciate dalla Loggia delle Benedizioni subito dopo l’elezione al soglio di Pietro. Anche la sua diocesi, secondo lei, sta andando in questa direzione?
Direi che nella diocesi di Roma c’è in atto un cambiamento progressivo. C’è una bella risposta sul tentativo di cambiamento auspicato dal Papa, all’interno della cornice di una “Chiesa in uscita”: ci si accorge che i cambiamenti, nel modo di fare pastorale, sono necessari e si stanno operando. È il popolo stesso che ce lo chiede, e stiamo imparando ad ascoltarlo sempre di più.

La risposta della diocesi e della città è incoraggiante, nonostante le sacche di povertà e di disagio che si riscontrano in alcune fasce della popolazione.

Del resto, a Roma, ci sono 336 parrocchie, collocate in contesti sociali, economici e culturali molto diversi tra di loro. Quest’anno, ad esempio, stiamo facendo un cammino in tre tappe: la prima è stata la memoria, dal dopo Concilio ad oggi; adesso stiamo vivendo la tappa della riconciliazione, con esercizi spirituali e liturgie nelle Prefetture e nelle zone pastorali; la terza tappa sarà l’ascolto del grido della città, sulla scorta del terzo capitolo dell’Esodo, che continuerà anche il prossimo anno. Si tratta di un cammino diocesano che si articola in sette anni e che ci condurrà al Giubileo: ora siamo al secondo anno. Il tema è quello della “conversione missionaria” della pastorale, che ci chiama a metterci in relazione con la nostra gente per un’azione che si indirizzi a tutti gli ambienti di vita, particolarmente quelli caratterizzati dalla marginalità e dalla lontananza. Insomma, nella diocesi di Roma è partito un movimento dinamico:

il popolo non ci chiede un luogo, ma una comunità, ha bisogno di sentirsi di nuovo “comunità” in un tempo in cui l’individualismo e il relativismo rischiano di cancellare questa dimensione.

 

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