di M. Michela Nicolais

“La condizione giovanile è una specie di Quaresima”. Don Armando Matteo parte da questa provocazione per analizzare il rapporto tra i giovani e il tempo liturgico che stiamo vivendo, metafora di una società che non sa fare “un passo indietro” per renderli protagonisti, ma al contrario tende ad occupare i loro spazi, costringendoli a vivere “in una panchina infinita”. L’antidoto: “Lì dove gli adulti fanno gli adulti, e i vecchi fanno i vecchi, i giovani possono fare i giovani”.

Occuparsi di tutti i giovani, nessuno escluso. Come raccogliere questo invito – lanciato sotto forma di impegno durante il Sinodo – in Quaresima?
Penso sia opportuno partire dalla considerazione che abbiamo dei giovani.

La condizione giovanile, in un certo senso, è una specie di Quaresima.

Oggi, infatti, i giovani si confrontano con una società che li fa sentire superflui: loro sono una vera risorsa, hanno tanta energia, un capitale di innovazione straordinario, e invece

li si costringe a vivere in una panchina infinita, in una sorta di stagione quaresimale, per colpe che non sono loro.

I giovani si chiedono, e ci chiedono, come sia possibile non aver occhi per la loro energia, per la loro voglia di fare e di essere. Bisogna essere più sensibili al grido dei giovani, come ci esorta a fare il Papa: i giovani sono la risposta, la risorsa, mai il problema. La comunità ecclesiale, in particolare, deve andare un po’ più in profondità nell’analisi della condizione giovanile, per aiutare così anche la società a rendersi conto che sono il suo vero capitale, e spronarla a compiere scelte economiche, sociali e politiche conseguenti.

L’ascolto e il dialogo intergenerazionale: è da lì che dobbiamo ripartire per il nostro pellegrinaggio dalla Quaresima alla Pasqua?
Il dialogo intergenerazionale, tema su cui il Papa insiste molto, a mio avviso può riassumersi in una maniera molto semplice:

lì dove gli adulti fanno gli adulti, e i vecchi fanno i vecchi, i giovani possono fare i giovani.

Noi adulti, noi vecchi, non vogliamo fare gli adulti: siamo molto innamorati della forma di vita giovane, e non ci rendiamo conto che in questo modo occupiamo spazi. C’è un proverbio giapponese che dice: “In tempo di guerra i giovani uccidono i vecchi, in tempo di pace i vecchi uccidono i giovani”. I giovani, in altre parole, sono affidati alla buona volontà, alla magnanimità delle generazioni che ci precedono. Senza contare lo scompenso generazionale pazzesco da cui sono affetti soprattutto i Paesi occidentali, dove i giovani sono un settimo della società.

Non si possono capire i giovani senza fare un passo indietro, da parte del mondo adulto, che passa dalla messa in discussione di certi privilegi, tipici degli anni Ottanta e Novanta, che oggi non si possono più replicare.

La Quaresima può essere un modo per ragionare anche su questo: serve un patto credibile di noi adulti a favore delle nuove generazioni, come chiede il Papa nel libro “Dio è giovane”.

La Quaresima è anzitutto un invito alla conversione, come ci ha ricordato Francesco nell’omelia del Mercoledì delle Ceneri. Per i giovani è un appello all’inversione di rotta, rispetto alle autostrade digitali in cui ormai viaggiano?
C’è da riconoscere che, spesso,

tra i giovani il digitale diventa una specie di anestesia:

un’immersione profonda in un luogo dove poter ascoltare altre voci, un rifugio rispetto ad una società che non ha occhi per loro.

Il digitale, insomma, non solo come luogo paradisiaco, in cui potersi esprimere con creatività grazie alle innovazioni continue che mette a disposizione, ma anche come anestetico rispetto a un contesto sociale in cui ci si trova a vivere con disagio.

È l’ambivalenza tipica del digitale, che per l’universo giovanile rappresenta una occasione di fare “comunità”, rispetto al mondo “off line” in cui non c’è tanto spazio. Nel mondo digitale, i giovani trovano un rifugio in un contesto non troppo assediato dal mondo adulto: come accade con la musica, che è uno dei pochi spazi di libertà che hanno a disposizione. Ascoltando la loro musica i giovani hanno l’opportunità di esprimere la propria rabbia, per il “gap” tra la forza che loro rappresentano e gli ostacoli loro posti dalla società, ma nello stesso tempo di staccare un po’ la spina rispetto a mondi “off line” adultocentrici e inospitali fino alla nausea. La comunità ecclesiale, che nel suo “dna” ha l’impegno a farsi gli affari di tutti, non può non tener conto del fatto che c’è una diffidenza dei giovani verso il mondo degli adulti. Internet non va demonizzato, ma se i giovani ci stanno tanto non è colpa loro.

Cosa fare, in concreto?

Spetta alla capacità della comunità ecclesiale capire quanto quella del web per i giovani sia una scelta voluta, cercata perché desiderata, o invece una scelta anche un po’ imposta dalle circostanze della “vita reale”. L’obiettivo da raggiungere è un’accettazione serena, da parte degli adulti, del fatto che i giovani hanno una capacità di energia straordinaria, innovativa, unica, e che se non la mettiamo in moto subito è una perdita assoluta per l’intera società. Non credo sia esagerato dire che stiamo mettendo a repentaglio la sopravvivenza della specie. Stiamo tagliando l’albero dove i giovani dovrebbero stare seduti. Il Sinodo sui giovani, e l’esortazione apostolica che firmerà il Papa a Loreto, sono un’occasione importante per riportare all’attenzione del mondo adulto tutto questo.

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