Il prossimo 25 marzo papa Francesco nella sua visita a Loreto firmerà un testo che consegnerà idealmente ai giovani e che chiude il Sinodo a loro dedicato.

Per ciò che ne sappiamo, non di tratta di una Esortazione post-sinodale, ma piuttosto di una specie di lettera ai giovani del mondo. A Panama il Papa ci aveva detto che il Sinodo si sarebbe chiuso con quella esperienza di incontro e non con un documento. Poi in altre occasioni aveva ripetuto di aver apprezzato e condiviso il documento finale elaborato dal Sinodo e offertogli, tanto da non ritenere necessaria la redazione di una seguente Esortazione post-sinodale.

Con papa Francesco non è facile fare previsioni; abbiamo tutti capito che questo Papa ama sorprendere. Però mi sento abbastanza convinto dell’idea che mi sono fatto di ciò che avverrà il 25 marzo. Da una parte questo modo di agire del Papa è un messaggio di affetto e rispetto verso il metodo sinodale, perché Francesco fa suo in toto un documento elaborato dal Sinodo come testo provvisorio e offerto alla rielaborazione dello stesso Pontefice. Questa scelta non vincola certo i Papi a fare lo stesso dopo ogni Sinodo, ma dà un valore particolare a questo documento finale e soprattutto invita noi tutti a leggere i documenti e a farli diventare vita! Scrivere un bel testo è facile; farlo diventare vita e prassi ecclesiale è certo più complesso ed esigente.

Del testo del Sinodo, che ho ripreso in mano a qualche mese di distanza dalla prima lettura, mi hanno colpito alcuni passaggi chiave, ma in particolare la rilettura del brano di Emmaus, da cui giunge una parola forte su come la Chiesa deve relazionarsi con i giovani di oggi.

Prima di tutto da questo brano emerge una parola su ciò che la Chiesa deve sempre essere. La Chiesa è il corpo vivente del Risorto, che cammina oggi nella storia. Oggi come allora dobbiamo imitare lo stile di Gesù: che è in cammino, che è attento all’uomo, che è sensibile alle sue fragilità e ai suoi dubbi e vuol di nuovo annunciare il Vangelo della Pasqua in tutta la sua luce; vuol trasmettere la gioia del Vangelo.

È un programma e uno stile che non riguarda solo l’evangelizzazione dei giovani, ma ogni nuova evangelizzazione. Ma possiamo anche correre il rischio di essere una Chiesa che somiglia ai due discepoli: tristi, demotivati, pronti a brontolare e a giudicare. Una Chiesa del genere non potrà certo riuscire a evangelizzare i giovani di oggi. C’è quindi da fare un cammino di conversione per attuare il Sinodo, una conversione dei cuori che devono essere infiammati dalla fede e anche una conversione dello stile e delle parole.

Uno dei problemi basilari del rapporto tra Chiesa e giovani nel nostro Paese, messo in rilievo dal Sinodo, è che il Vangelo, la buona novella, l’abbiamo così a lungo annunciata in maniera stanca, scontata e moralistica, che non appare più agli orecchi dei giovani né nuova, né buona e per questo è tutt’altro che attraente. Dobbiamo di nuovo guardare a Gesù, imparare a riconoscerlo per poterlo annunciare; è quello che ci ha detto il papa a Panama invitandoci a ricentrare sull’incontro con Cristo la pastorale giovanile e vocazionale.

Si tratta di testimoniare la fede e di farla riscoprire. Una pastorale giovanile da intrattenimento, che educhi i giovani a essere buoni e belli, ma non si preoccupi di educarli a credere in Gesù, non corrisponde alla nostra vocazione di evangelizzatori e non farà mai ardere i cuori dei giovani. Per prepararci ad ascoltare le parole del Papa a Loreto, sapendo quanto Francesco ami le parole del Concilio, invito a rileggere il “Messaggio ai Giovani” con cui significativamente si chiuse il Concilio.

È un testo coraggioso che parte sfidando i giovani: «Siete voi che, raccogliendo il meglio dell’esempio e dell’insegnamento dei vostri genitori e dei vostri maestri, formerete la società di domani: voi vi salverete o perirete con essa». Traccia poi un primo obiettivo dell’impegno dei giovani: «La Chiesa è desiderosa che la società che voi vi accingete a costruire rispetti la dignità, la libertà, il diritto delle persone». Ricordando con chiarezza che tutto deve però partire dal dono più basilare e prezioso da chiedere a Dio e che la Chiesa vuol loro offrire: «…la fede, che le vostre anime possano attingere liberamente nella sua benefica chiarezza».

Esprime poi la sua fiducia nei giovani, perché una Chiesa veramente cristiana non può mancare di fiducia nei giovani. «Essa ha fiducia che voi troverete una tale forza e una tale gioia che voi non sarete tentati, come taluni dei vostri predecessori, di cedere alla seduzione di filosofie dell’egoismo e del piacere, o a quelle della disperazione e del nichilismo; e che di fronte all’ateismo, fenomeno di stanchezza e di vecchiaia, voi saprete affermare la vostra fede nella vita e in quanto dà un senso alla vita: la certezza della esistenza di un Dio giusto e buono». Per chiudere con un inno pieno di speranza: «È a nome di questo Dio e del suo Figlio Gesù che noi vi esortiamo ad ampliare i vostri cuori secondo le dimensioni del mondo, ad intendere l’appello dei vostri fratelli, e a mettere arditamente le vostre giovani energie al loro servizio. Lottate contro ogni egoismo. Rifiutate di dar libero corso agli istinti della violenza e dell’odio, che generano le guerre e il loro triste corteo di miserie. Siate: generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell’entusiasmo un mondo migliore di quello attuale!».

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