A proposito di “Una storia in attesa…”

Carissimo don Luigi,
ti ringraziamo per la riflessione che ci hai proposto con il tuo articolo: Una storia in attesa… (su «EmmeTv» del 13 marzo scorso), compreso il «richiamo del recinto», che ci ha stimolato a parteciparti, in comunione, quanto hai suscitato in noi.
Condividiamo pienamente le tue riflessioni sulla situazione intraecclesiale, anche richiamate da papa Francesco. La cultura dei muri in cui siamo immersi – presente nella storia del mondo – per certi versi è paradossale: il Vangelo ci chiama ad essere operai per la realizzazione del Testamento di Gesù (Padre che «tutti siano una sola cosa»: Gv 17,21), cioè della fraternità universale e del mondo unito, mentre spesso ci chiudiamo entro piccoli o grandi recinti o muri. E riscontriamo che possono diventare tali pure la famiglia, la parrocchia, la città, il gruppo, il partito…
Ci accorgiamo come nella Chiesa manchi una necessaria maturazione, spesso ostacolata, del servizio dei laici ovvero della funzione del sacerdozio comune dei fedeli, ben riconosciuta dalla Lumen gentium. I laici «in alcuni casi non si sono formati per non aver trovato spazio nelle loro Chiese particolari, a causa di un eccessivo clericalismo che li mantiene al margine delle decisioni. E il loro impegno non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico» (Evangelii gaudium, 102).
Che «tutti siano una sola cosa» è il fine della Chiesa. Un «tutti» che comprende sia la Chiesa gerarchica sia il laicato e la società civile, dove siamo chiamati dal Vangelo a vincere ogni chiusura e ad offrire il nostro contributo per l’unità di tutti. Da qui la necessità che la Chiesa per essere in uscita deve fare in modo che i suoi membri, sacerdoti e laici, siano preparati nel saper leggere i segni dei tempi e nel combattere sia la cultura del relativismo sia le presenti tendenze clericali e spiritualistiche.
Il mondo tende comunque all’unità e necessita del nostro contributo di credenti cristiani, come pure di quello di altre fedi e culture non religiose. Se questo contributo è carente, saremo tuttavia costretti dagli eventi e dai problemi del mondo a fare passi avanti, forse con dolore. Però, nonostante tutto, non ci devono sfuggire quei segni di speranza – come afferma papa Francesco – compresi in «tante buone prassi che sono come la foresta che cresce senza fare rumore». E poi le manifestazioni del 15 marzo scorso, a livello mondiale, di tantissimi ragazzi e ragazze, non sono forse una grande testimonianza e una bella speranza? Basta affinare lo sguardo per vedere questi segni «non isolatamente – per dirla con La Pira – ma alla luce del mistero della Provvidenza che li dispone in vista del suo disegno di misericordia e redenzione».
Carissimo don Luigi, l’unità del mondo è il sogno di Dio e con Lui anche il nostro, è l’orizzonte concreto che ci deve impegnare ogni giorno. Perciò lavoriamo per demolire, per quanto possibile, i muri dentro ognuno di noi, nella Chiesa, nella società civile! Ti possiamo dire, al termine di questa comunione, noi ci stiamo!
Un caro saluto e un forte abbraccio.

Alberto Ardiccioni, Franco Biancofiore, Alfredo Bocci,
Flavio Donati, Massimo Catarini, Silvio Minnetti,
Romano Ruffuni, Mario Sperandini, Nazzareno Tartabini

Macerata, 1 aprile 2019

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