Qualche anno fa il preside di una scuola francese ha scritto un libro per denunciare l’invadenza dei genitori che, più che preoccuparsi dell’andamento della scuola, vi entravano per contestare, anche violentemente, le votazioni riportate dai figli, sebbene queste fossero assolutamente rispondenti al loro scarso impegno sia a scuola che a casa.
La malattia è presto diventata endemica tanto da diffondersi un po’ dovunque non solo nei grandi centri, ma, pur se con qualche ritardo, anche nei paesi di provincia.
Per noi non è necessario andare molto lontano. Basta solo ricordare l’episodio di qualche giorno fa a Recanati.
L’Italia aveva a suo tempo cercato di prevenire tali fenomeni con l’approvazione, un po’ frettolosa in verità e solo in copertina, dei decreti Malfatti del 1973. Lo scopo era di consentire la partecipazione dei genitori alla vita della scuola, ma questa, per una cattiva comprensione della norma, si è trasformata in molti casi in una vera e propria ingerenza, anche dal punto di vista strettamente didattico, fino ad arrivare ai recenti episodici che purtroppo sì manifestano in molte scuole d’Italia.
Tutto questo mentre negli altri Paesi sembra che la partecipazione torni ad essere normale collaborazione.
Le interferenze pesanti diventano poi materia di interesse da parte del magistrato sia per i danni che si possono creare verso gli insegnanti oggetto di malversazioni, che verso l’immagine della scuola.
A me però interessa sottolineare un altro danno, quello che nessuno sembra voler vedere, ma che può avere conseguenze molto pesanti nelle menti degli alunni che si trovano coinvolti in situazioni che non li aiutano a crescere e a formarsi armonicamente.
Il fenomeno, che va severamente stigmatizzato, diventa poi più grave quando queste ingerenze sono in un certo senso favorite o addirittura sollecitate da qualche insegnante che, o per gelosia verso i colleghi o per dar sfogo alle proprie frustrazioni, si avventura in azioni che si concludono anche con la richiesta di trasferimento da parte dei docenti più bravi.
Ora è scontato che i genitori vogliono bene ai propri figli. Lo stesso si può dire, con le dovute eccezioni, da parte dei docenti. Considerando che gli uni e gli altri possono osservare un aspetto diverso del ragazzo e che questo trascorre più ore a scuola che in famiglia, facciamo in modo che l’incontro tra le due realtà avvenga solo nella ricerca di una reale collaborazione e con la mediazione del dirigente il cui primo compito è quello di creare un clima di serenità nella scuola. Condizione primaria perché gli alunni, quando ne escono, si sentano più grandi sia culturalmente che umanamente, cioè formati.

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