Non c’è giorno ormai che, come per il femminicidio, in cronaca non si legga di atti violenti contro gli insegnanti o gravi atti di bullismo.C’era un tempo in cui ai genitori non importava se i figli avessero ottimi motivi per essere arrabbiati con il professore. La loro risposta non cambiava: “l’insegnante ha sempre ragione”. Oggi, invece, l’alleanza educativa tra famiglia e scuola sembra vivere una frattura. Ci si meraviglia e si guarda al passato come al tempo della panacea ma non è così.

Dobbiamo prendere atto che a una società violenta e piena di odio e risentimento corrisponde una scuola violenta e piena di odio e risentimento. Da una società che denigra lo studio e l’impegno a vantaggio di urla, di linguaggio volgare, d’incompetenza cosa possiamo pretendere? Da questo bisogna partire per capire cosa sta accadendo nella scuola italiana. Al di là dei moralismi e delle letture semplicistiche, che contrappongono il mitico passato (che mitico non era) del rispetto, al triste presente del baratro educativo o all’assenza di valori tra i giovani è proprio il mondo degli adulti che con i fatti ha distrutto quel rispetto che ora pretende e spesso senza coerenza educativa.

La scuola non è un mondo a parte, lontano dalla realtà sociale. La scuola è dentro la società. Se c’è violenza nelle relazioni sociali, essa si manifesta anche nelle aule.
Se c’è risentimento diffuso, se le istituzioni pubbliche sono vissute e usano disprezzo, questi sentimenti si manifestano anche a scuola.

Non è il mondo degli adolescenti a determinare la qualità delle relazioni sociali. I loro comportamenti devono interrogare gli adulti, devono far pensare gli adulti sul tipo di società che hanno costruito altrimenti, significa fare finta di non vedere che si vive in una società fondata sulla sopraffazione. Significa fingere che il codice del forte che sovrasta il debole, non sia il codice dominante. La soluzione non è certo l’autoritarismo ma l’autorevolezza.

C’è bisogno di proposte pratiche e concrete anche nell’esperienza istituzionale, della convivialità, dell’inclusione, del rispetto, del reciproco riconoscimento solo così si depotenziano la violenza e il risentimento. E questo deve accadere ovunque, nella quotidianità della vita, nei social media non solo nella scuola.

Il rapporto scuola – famiglia deve essere di certo rivisto alla luce di una nuova realtà. Libertà è partecipazione, cantava Giorgio Gaber nei primi mesi del 1973, poi arrivarono i Decreti Delegati. La rilettura dell’articolo 1 del D.P.R. 416/1975 fa comprendere lo spirito dell’iniziativa di legge: “Al fine di realizzare […] la partecipazione della gestione della scuola dando ad essa il carattere di una comunità che interagisce con la più vasta comunità sociale e civica, sono istituiti, a livello di circolo, di istituto, distrettuale, provinciale e nazionale, gli organi collegiali.”
Da quel momento, sono passati 44 anni e i Decreti delegati sono in vigore tutt’oggi e stanno segnando la loro fine, almeno nella Scuola Secondaria di II Grado, dove si fa fatica a trovare il Rappresentante dei genitori e dove l’affluenza al voto è bassissima.

Siamo passati così da genitori che entrano nella scuola più con spirito di contrapposizione e controllo che di collaborazione, a genitori che si disinteressano e delegano la scuola fin quando questa non si scontra con gli aspetti personali. Genitori che fanno fatica ad accettare gli errori, le fragilità e i fallimenti dei figli vivendoli come propri, che spesso hanno aspettative alte, genitori che preferiscono i sì ai no che aiutano a crescere, genitori cui è più facile acquistare ai figli ciò che desiderano più che parlare con loro e ascoltare i segnali che i ragazzi lanciano in modo inequivocabile anche con atti violenti, con la maleducazione e l’aggressività.
“L’educazione ai valori, compito della famiglia e della scuola, non ha alcun senso se gli alunni non vedono, non sperimentano nella comunità in cui sono inserite pratiche di libertà e di giustizia; se non vedono uomini impegnati nella ricerca di conoscenze e competenze, attenti e dediti agli altri. I buoni valori si apprendono praticandoli e vedendoli praticare per esperienza diretta.” (M. Pellerey)

Nessuno può essere responsabile nei confronti dei ragazzi come sono tenuti a esserlo i genitori. La responsabilità educativa dei genitori costituisce “l’archetipo di ogni responsabilità” (H. Jonas) e si comprende come sia difficile rimediare ai danni procurati quando questa, come sempre più spesso accade, non è esercitata. Nell’attuale momento, segnato da una grave crisi dell’istituto familiare e dalla disgregazione delle tradizionali relazioni comunitarie, alla presenza di fenomeni inquietanti di trasgressione, la scuola deve essere come non mai una comunità, dove ci si tratta come persone, con rispetto e cura vicendevole, dove ci si deve sentire membri apprezzati e responsabili.

La scuola non deve armare i ragazzi per affrontare la lotta della giungla, ma deve educarli per vivere da cittadini che vogliono stare insieme nel miglior modo possibile. La buona educazione come la buona morale ama la libertà nei rapporti educativi, quindi, né forza, né seduzione, ma coerenza e dialogo. C’è bisogno urgente di “un’educazione diffusa” che va oltre la scuola e la famiglia, un’educazione che deve vedere tutta la società corresponsabile dalle istituzioni ai social media.

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