di M.L.R.

La primavera era come un’esplosione di colori: dal verde tenero al bianco splendente dei ciliegi, al rosa dei peschi, al lilla di non so quali altre piante. Un altro anno era passato, con esso un altro cambio e tutto quello che esso comporta.

Un cambio di vita, lo stile lo stesso, molto sobrio e lontano dal frastuono del “mondo”, ma curiosamente nel cuore della città dove ora sono costretta a vivere. Tutto già annotato nel conteggio degli anni che ora sembrano veramente anni luce. Un conteggio che spero il Signore tenga nella dovuta considerazione perché io ho ormai perso tutti i numeri, che tra l’altro non mi sono mai piaciuti e mai li ho amati, anche se essenziali per comporre qualsiasi melodia. Ne faccio a meno da anni e li ho consegnati tutti al Signore che è molto diligente. Per lo meno nei vangeli che leggo mai si è lasciato imbrogliare.

In queste camminate che mi portano da un ufficio all’altro incontro di tutto: dall’impiegata diligente e gentile, al signore distratto e dallo sguardo sperduto che alzando le braccia e guardando in alto non sa dare nessuna risposta.

Gli amici, quelli che tanto erano interessati alla mia sorte, spariti nel nulla, solo pochi fidati, solleciti. Alcuni in particolare che subito sono accorsi per capire il perché di quel cambio così improvviso e giornalmente si interessano delle mie vicende, scrivendo, telefonando, e non solo. Unica consolazione in questa questione così complicata, o meglio non complicata ma abbastanza anomala, dove improvvisamente uno si sente dire che quello che per due anni è stato un impegno costante, appassionato e disinteressato adesso non serve più. Occorre “migrare”, andarsene.

Certo tutto quello che accade nella vita, se siamo credenti e cristiani, dobbiamo vederlo come un segno del volere del Signore che indica altri porti, altri sentieri, ma rimane tanta amarezza e tanto stupore e tanti perché che mai riceveranno risposta.

In questo via vai da un ufficio all’altro mi trovo un giorno in una struttura sanitaria. Una lunga fila mi precede, un corridoio lungo con tante porte…  immagino che prima sicuramente quel luogo doveva essere stata una scuola ora adibita ad uffici.

Tutti hanno un cartellino in mano che indica il proprio turno per accedere al “servizio”. Chiaramente sono persone anziane, molte con vari problemi di deambulazione. Mi guardo intorno: non ci sono sedie; svolto l’angolo e ne avvisto alcune dove già si erano accomodate alcune persone.

Tutti parlano e si lamentano per la lungaggine, per l’inefficienza e segnalano addirittura che l’impiegata è arrivata con una ora e mezza di ritardo.

Alcuni hanno il numero cento e l’ufficio chiude alle 12.30. A me è toccato il quarantadue, ho buone probabilità!

Come sempre mi guardo intorno ed osservo: gli uffici sono tutti occupati da persone che in camice bianco escono assorti come se nella loro testa ci fosse un problema molto difficile da risolvere. Alcune ritornano dopo una breve pausa, altre a voce alta prendono le prenotazioni della pausa caffè.

Timidamente un utente si avvicina alla porta e dà un tocco leggero per non disturbare. Si guarda intorno come per scusarsi. Da dentro nessuno risponde. Gli diciamo di bussare più forte ma, timoroso, si rifiuta: è come un bambino che teme di essere punito. “Se la sgridano, la difendiamo noi”, lo incoraggia una signora. “Apra la porta!”. No, la porta non si può aprire, come se un mostro potesse apparire e sbranare colui che certamente non sta lì per il gusto di starci, ma perché ha un problema da risolvere, magari la richiesta di una sedia a rotelle per il marito che non può camminare o altri problemi simili. Problemi pratici e vitali a cui i volti impassibili dei camici bianchi sembrano poco interessati, anche se quei servizi che essi prestano fanno parte della loro professionalità che puntualmente viene poi remunerata a fine mese.

La fila e l’attesa si fa più lunga, il malumore cresce, ma nessuno protesta, ormai abituato alla burocrazia o, se vogliamo proprio usare l’espressione “ad un servizio sanitario scadente e inadeguato” che penalizza i deboli, i poveri, gli anziani e i giovani.

Nel frattempo ricevo la telefonata di un amico che vuole sapere come sto. Faccio appena in tempo a rispondere ed ecco finalmente il mio turno. Presento i miei documenti, quasi strappati per accelerare la pratica e poi… la frase: “Ma lei non doveva fare la fila!… Doveva andare nell’altro ufficio!”. “Quale?”, domando interdetta. “Quello là”. E l’impiegata fa un gesto con la mano per indicare un punto dell’orizzonte che non riesco a vedere. Non riesco a capire il senso di “quello là”. Sarà una nota, penso, sarà un articolo determinativo, sarà un luogo inesplorato. Rimango sull’uscio e vengo quasi spinta fuori da altre persone che giustamente vogliono entrare. E resto con il mio interrogavo: “Là”?

Ma dove? Possibile che siamo arrivati a tanta inefficienza?

Forse alla fine di ogni mese a qualche bravo impiegato pubblico, qualcuno dovrebbe dire: “Può riscuotere la sua mensilità: là”. Lui rimarrebbe senza parole e avrebbe tutto il diritto di chiedere spiegazioni, indirizzo e numero civico di quel “là”, perché lui ha una famiglia che deve mandare avanti!

Questo invece non succede mai. A fine mese non si danno buste paga per meritocrazia ma per presenza, per una sedia che si occupa e niente più. Poi come si svolge un lavoro, se con passione o senza, questo è un altro problema che non riguarda nessuno… solo una lunga fila di persone che attendono disciplinate, in piedi, che venga loro “concesso” un servizio di cui hanno tutto il diritto, semplicemente perché sono persone e non cose.

La primavera continua ad esplodere con tutta la sua forza. La natura ci mostra i suoi colori ogni anno, non ci chiede il permesso, non bussa alla porta intimorita, solo si apre ai nostri occhi e ci dona i suoi profumi e le sue bellezze. L’uomo è molto più avaro: in cambio di una busta paga non riesce neanche a dare il servizio necessario e dovuto.

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