di Oliviero Forti

Oggi, come nel passato, le migrazioni costituiscono uno degli aspetti peculiari che connotano la complessa fisionomia del continente europeo; sono un elemento che ne delinea l’identità storica, culturale e politica. A dispetto di coloro che immaginano un’Europa sigillata all’interno dei propri confini, chiusa all’idea di una contaminazione da parte dei nuovi venuti, la storia ci consegna una realtà ben diversa, dove continui e costanti flussi di migranti, in entrata e in uscita, ci pongono davanti ad importanti sfide per il nostro futuro.
La tenuta dei territori dipenderà dalla capacità di comprensione di quanto sta avvenendo. Cogliere i limiti e le potenzialità collegate alle migrazioni dovrebbe essere il denominatore comune di ogni processo cognitivo, necessario per promuovere delle politiche lungimiranti. Purtroppo ciò a cui stiamo assistendo è molto distante da questo approccio strategico e propositivo. L’incapacità di affrontare consapevolmente queste sfide alimenta, infatti, un processo di semplificazione che si traduce in scelte di corto respiro.

Banalizzare il fenomeno immigrazione. L’idea di affrontare un fenomeno ampio e composito con strumenti semplici e limitati nella loro efficacia, risponde sovente più ad un’incapacità di governare l’immigrazione che non ad un piano di lungo periodo in grado di promuovere un reale sviluppo, sia dei migranti che dei loro paesi di origine, nonché delle comunità dove queste persone decidono di stabilirsi.

D’altronde il fascino esercitato da coloro che dispensano ricette miracolose, capaci in breve tempo di fermare quello che viene presentato come un flusso pericoloso verso l’Europa, è alla base dei più recenti esiti elettorali che in diversi paesi europei e d’oltreoceano hanno visto la vittoria di movimenti “sovranisti”, il cui pensiero si insinua nelle diverse fratture che stanno incrinando l’impalcatura della casa comune europea e la stessa idea di democrazia.

L’Italia, evidentemente, non è immune da queste dinamiche e per questo sta mostrando il volto duro di chi mette in campo tutti gli strumenti possibili per ostacolare i processi migratori. Non ultima la decisione di chiudere i porti e l’approvazione di due provvedimenti volti a ridisegnare la normativa sull’immigrazione e il sistema di accoglienza.
Si sta percorrendo un crinale pericoloso, lungo il quale non si scorge più un orizzonte di senso, nel quale cogliere le opportunità legate alla mobilità umana. Invece, schiacciati dalla frenesia populista, stiamo scaricando sui migranti l’incapacità di pensare soluzioni adeguate alle sfide politiche, economiche e culturali di questo tempo.

Rilanciare la sfida della complessità dei fenomeni migratori. Oggi, più che mai, è opportuno un lavoro di riflessione e di advocacy per ripensare il fenomeno della mobilità in termini realistici, concreti e propositivi; per mitigare il clima di diffidenza, è necessario proporre soluzioni che coinvolgano i migranti nella vita sociale, politica e culturale del paese, e sottolineare l’importante ruolo che essi stessi giocano nell’economia e nella cultura dei Paesi di origine come di quelli di transito e destinazione.

L’attuale dibattito sul tema mostra con evidenza il distacco tra percezione e realtà del fenomeno migratorio e delle sue conseguenze. L’opinione pubblica è sottoposta ad un flusso comunicativo ingannevole e allarmistico, che alimenta un clima di tensione costante e un antagonismo diffuso verso i migranti al punto che questi ultimi vengono visti semplicemente come un peso per i Paesi che li ricevono.

E invece la mobilità umana rappresenta certamente una sfida complessa, ma anche una grande opportunità per lo sviluppo non solo del nostro paese e dell’Europa, nonché dei paesi più poveri da dove provengono i migranti. Una simile opportunità non può essere colta costruendo barriere, ma solo attraverso la presa di coscienza del possibile beneficio apportato dai migranti e l’applicazione di politiche basate sul binomio migrazione/sviluppo.

Come lavorare con le comunità. In questo contesto non è più rinviabile una seria riflessione sul ruolo della comunità cristiana, con particolare riferimento al suo impegno per garantire l’accoglienza, l’integrazione e vie legali e sicure d’ingresso. Per questo si rende necessaria una operazione culturale volta ad accompagnare i territori verso un discernimento necessario alla comprensione di quanto sta avvenendo.
Quello della Chiesa italiana è un approccio olistico e circolare al tema delle migrazioni che ne fa un unicum a livello globale. Questo impegno diffuso, però, sembra non essere più sufficiente ad arginare l’onda di diffidenza e, in alcuni casi, di intolleranza che sta sempre più contagiando le nostre realtà territoriali.

Ci troviamo di fronte ad una sorta di umanesimo mancato che testimonia l’urgenza di attivare tutte le risorse possibili per promuovere una cultura che metta al centro la persona, che si fondi sull’idea di uno sviluppo umano integrale volto al benessere degli individui e delle comunità nelle sue diverse dimensioni: politica, economica, sociale, culturale, ecologica e spirituale.

Ridire oggi una diversa idea di sviluppo. Lo sviluppo non può ridursi alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo, deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione “di ogni uomo e di tutto l’uomo”. Il n. 15 della Populorum progressio (1967, PP), l’enciclica dedicata al tema dello sviluppo da Paolo VI, sintetizza la concezione della dottrina sociale su questo tema. Limitarsi a considerazioni di ordine materiale ed economico, o anche politico e persino culturale, senza includerle tutte e senza aprirsi alla dimensione spirituale, non sarebbe sufficiente, così come non tenere conto di tutti gli uomini e di tutti i popoli. In realtà, radicata nella sua tradizione di fede, la Chiesa riafferma costantemente la grandezza della vocazione di tutti gli esseri umani, creati a immagine e somiglianza di Dio e chiamati ad essere un’unica famiglia.

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