di Diana Papa

Gesù che nella vita terrena ha incontrato diverse persone, indica nel Vangelo la modalità per stabilire relazioni significative con le donne. Egli fa vedere come relazionarsi nel rispetto massimo, nell’accoglienza incondizionata di ognuna, mettendo in atto la sua determinazione nel volere liberare ciascuna dai gravami storici, culturali, sociali, religiosi, ecc. Nel contatto con la donna, Egli restituisce la dignità e le riconsegna la missione per cui il Padre l’ha creata.
La presenza della donna nella storia è reale e non ha bisogno di spazi da occupare, per poter esistere. Ella è chiamata ad esserci sempre, in ogni ambiente, in nome della vocazione alla vita, portando il suo contributo specifico che non può essere sostituito da quello dell’uomo.

La consapevolezza del suo esserci apre alla reale e completa visione del mondo creato da Dio. L’apertura in tal senso favorisce un cambio di prospettiva e di mentalità, per superare una concezione maschilista della vita in tutti gli ambienti anche in quello ecclesiale.

Ecco alcune esperienze vissute da Gesù con le donne.
L’adultera (Gv 8, 1-11) sta nel mezzo del cerchio formato da alcuni famelici maschi e Gesù, chinato, scrive per terra con il dito. Si mette sullo stesso piano della donna che ormai sembra non avere scampo: è stata colta in flagrante adulterio e va condannata. Gesù guarda la persona, non la identifica con il suo errore. Ha davanti a sé la donna da salvare, la donna da considerare, la donna a cui riconoscere il suo valore. Non si mescola con il perbenismo di parata di chi la sfrutta, ha davanti a sé colei che è stata usata e poi gettata. Chinandosi sullo stesso piano della donna, Gesù raccoglie tutta la sua solitudine, la sua sofferenza, il suo grido di dolore inespresso. Non si mette dall’alto in basso. É con la donna senza usarla: l’aiuta a riprendere la sua vita tra le mani, si rivolge a lei donandole speranza. Entra nel profondo del suo cuore in punta di piedi; l’aiuta a rialzarsi, senza sostituirsi, a trovare la bellezza della sua identità femminile non contaminata: Allora Gesù si alzò e le disse: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?”. Ed ella rispose: “Nessuno, Signore”. E Gesù disse: “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8, 10-11).
Si può immaginare che l’affermazione di Gesù “Va’ e d’ora in poi non peccare più” possa significare: Va’ e custodisci il tuo essere unico e irrepetibile creato da Dio e non permettere a nessuno che non ti rispetti in quanto donna?

L’esperienza di Gesù con Marta (cfr. Lc 10, 38-42) rende visibile la modalità della relazione amicale. Marta, “distolta per molte cose”, sembra perdere il senso della visita di Gesù, si comporta come se l’ospite fosse andato solo per consumare un pasto. Ella struttura il suo tempo con le cose da fare e pretende che anche gli altri la riconoscano a partire da esse. Ha paura di dare un senso di intimità alla sua vita, elemento che dovrebbe caratterizzarla come donna, perciò sperimenta l’isolamento e l’abbandono. Ferma sul suo programma familiare, per lei la cosa più importante è preparare il pranzo per Gesù e non lo stare con lui.

Dimostra di non volersi esporre, fatica a immettersi in un circuito di reciprocità, scappa dall’esperienza d’intimità. Andando in confusione, si rivolge a Gesù con un senso di attesa e di pretesa. Riduce nella relazione con lui lo spazio di gratuità, mentre si sottrae dalla presenza di colui che vuole parlare al suo cuore.

Ingolfata in molti servizi, Marta perde la capacità di sintesi e rimprovera il Maestro, perché non presta attenzione alla sua fatica, non si preoccupa di lei. Alle sue parole Gesù risponde: “Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta”.
Gesù non si lascia agganciare. Chiamandola affettuosamente per nome due volte, la riporta a ciò che è essenziale nella sua vita: vivere la mistica dell’incontro. Nel dialogo stimola in lei una nuova consapevolezza di sé come donna.
Si può auspicare oggi che, come Gesù, altri uomini, anche nella Chiesa, venendo in contatto con le donne, incluse quelle consacrate, riconoscano che il loro esserci non è una concessione? Come rispettare il progetto di Dio che ha scritto una storia al maschile e al femminile con caratteristiche proprie, diverse, reciproche e complementari?

La vocazione della donna è evidente nella relazione tra Maria di Magdala e Gesù risorto (Gv 20, 11-18). Maria, ormai priva della presenza di Gesù vivente, è vicino al sepolcro e piange. Si sarebbe accontentata del corpo di Gesù nel sepolcro e invece ha perso anche quello: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto”. In quell’aggettivo possessivo mio, Maria di Magdala esprime tutta la profondità dell’affetto verso Gesù.
Ella non ha più nessuno che sia capace di amarla nella gratuità e che la riconosca in quanto donna. Mentre è in contatto con l’esperienza della perdita, Gesù la chiama per nome e Maria, orientando tutti i sentimenti verso il sentire profondo di quella parola, lo chiama “Maestro”. È bastato solo il nome, per esprimere tutta l’intensità della loro relazione.

A Maria, una donna, Gesù consegna il bandolo della fede che è ancora presente in mezzo a noi.

A Maria, una donna, Gesù chiede di non fermarsi solo alla relazione ritrovata, ma di andare dai suoi fratelli, per annunziare di aver visto il Signore risorto.

Come viene riconosciuta oggi la donna, anche negli ambienti ecclesiali, perché si realizzi la missione specifica affidatale da Cristo?
Guardando il Vangelo le donne, secondo i sinottici, sono le uniche che hanno il coraggio di difendere Gesù. La mattina di Pasqua sono le donne che vanno al sepolcro, portando i profumi. Nella tradizione patristica si dice che la vocazione della donna è di essere “mirofora”, di portare la mirra, i profumi. Nella tradizione giudaica il profumo viene dal Paradiso. È la donna, la nuova Eva, che ha come vocazione quella di aprire di nuovo il Paradiso e di portare i profumi del Paradiso all’umanità. Questa è la vocazione della donna ed è stato privilegio della donna quello di essere la prima testimone della risurrezione, mentre gli uomini sono fuggiti.
Alla Maddalena Gesù dice di andare a trovare i suoi fratelli per annunciare loro che Cristo è risorto. La vocazione della donna, apostola degli apostoli, anche nel duemila è quella di andare dagli apostoli di oggi e di dire che Cristo è risorto.

Tre esperienze diverse che narrano nel Vangelo la capacità relazionale di Gesù con le donne e che ci interpellano.

È giunto il tempo di imitare in ogni ambito e a tutti i livelli Gesù, per riconoscere l’esistenza della donna non più come essere da accettare, da includere e da integrare, ma come persona inscritta sullo stesso piano dell’uomo nel progetto originario di Dio?

Come far memoria che ogni donna, ancora oggi, per vocazione, è chiamata da Dio, come Maria di Nazaret, ad incarnare il Figlio di Dio nel mondo attraverso il dono, la tenerezza, la concretezza, l’attenzione, la misericordia e il perdono?
Forse è il momento propizio per favorire una formazione inclusiva che interrompa il circuito chiuso tra l’uomo, che pensa di essere superiore alla donna, e la donna che reclama con tutti i mezzi il riconoscimento di sé dagli uomini, per stabilire invece delle relazioni alla pari, pur nel rispetto della diversità?
Come imparare nel quotidiano ad accogliere il valore dell’altro, nella propria specificità e unicità, senza competizione, sotterrando finalmente l’ascia di guerra, portando insieme, uomini e donne, la bellezza della propria umanità nella Chiesa, nella società, nella cultura e nella storia?

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