Heinrich Ramras (Foto Ramras CDEC)

«Non sapevamo nulla della storia di nostro nonno»: il dolore troppo grande che ha ammutolito intere generazioni ha costretto quelle seguenti, quelle dei figli dei figli, a cercare risposte nelle soffitte, nelle cantine, dentro vecchi cassetti e scatoloni. È così che tre fratelli, Yedidya Games Honig, Jehudit Naomi Eduard e Ilana Shaul, sono infine riusciti a ricostruire la storia della loro famiglia: ritrovando le lettere che il loro nonno, Heinrich Ramras, ha scritto alla loro madre Gertrude dal campo di internamento di Urbisaglia, perché Gertrude non è mai riuscita a raccontare loro nulla delle vicende che hanno infine portato i suoi genitori, Heinrich Ramras e Anna Schroetter, a essere uccisi ad Auschwitz.

Il nome “Urbisaglia”, scorto in quelle carte, li ha portati a scrivere al Comune, che li ha messi in contatto con la presidente della locale sezione ANPI, Giovanna Salvucci, la quale ormai da diversi anni sta meticolosamente ricostruendo le vicende dei numerosi internati che dal 1940 all’agosto del 1943 vissero nel Palazzo Bandini.

Tra questi anche Heinrich Ramras (1887-1944), un mercante di tessuti di Vienna, ebreo, che durante la guerra fuggì con la famiglia in Italia. Da qui si perdono le sue tracce; lo ritroviamo in un documento del luglio 1941, quando la Questura di Macerata informa il comune di Urbisaglia che Ramras vorrebbe chiedere il trasferimento (non si sa da dove) al campo di internamento di Palazzo Bandini, per ricongiungersi con il dottor Paul Pollak, suo amico di Vienna. Il direttore del campo accetta. Dopo l’armistizio dell’8 settembre si dà alla

I visitatori accolti in Comune di Urbisaglia dal sindaco Paolo Giubileo

fuga dal campo, ma rientra dieci giorni dopo insieme a molti altri internati, dissuasi un po’ dalle rassicurazioni delle autorità, un po’ dalle circostanze: dove altro avrebbe potuto chiedere aiuto e rifugio un austriaco in terra straniera? Nel febbraio del 1944 lo ritroviamo riunito alla moglie Anna Schroetter nel campo di concentramento di Villa Lauri a Pollenza, ma da qui i coniugi seguiranno la stessa sorte di tutti gli internati nei campi della provincia di Macerata: prima trasferiti al campo di Fossoli, in provincia di Modena, e infine ad Auschwitz, da cui non faranno ritorno.

Le loro due figlie, Liane e Gertrude, sono sopravvissute: la prima grazie a una delle tante famiglie italiane che hanno coraggiosamente offerto rifugio ai perseguitati; la seconda, Gertrude, trasferendosi in Gran Bretagna all’inizio della guerra. Qui si è sposata e nel 1947 si è trasferita (grazie a dei certificati falsi) in Israele con i tre figli: Ilana, Yedidya e Jehudit.

Così, grazie ai documenti conservati nell’archivio del comune di Urbisaglia, che Giovanna Salvucci ha scansionato e reso disponibili, i tre nipoti sono riusciti a infilare qualche tassello in più nel puzzle degli ultimi anni del loro nonno, e hanno deciso di intraprendere un viaggio per ripercorrere le ultime tappe della sua vita.

Lapide nel giardino del Palazzo Giustiniani Bandini con un pensiero del Dr Paul Pollak, sopravvissuto

La visita al complesso abbaziale li commuove: «È assurdo che un posto così bello sia stato usato per fare la guerra,» commenta Jehudit. «Siamo felici di vedere che nostro nonno ha vissuto gli ultimi tre anni della sua vita in un luogo così bello, anche se dopo è seguito il luogo peggiore al mondo.» Giovanna Salvucci mostra loro i punti precisi dove sono state scattate le numerose foto, rinvenute dal periodo del campo di internamento, dove gli internati sono ritratti mentre tengono lezioni o mentre fanno un bagno nella fontana. «Ci fa piacere vedere che ha vissuto in un luogo dove ha potuto avere una vita sociale, dove ha potuto sentirsi un essere umano, pur durante gli anni peggiori della storia del popolo ebraico.»

La presidente Salvucci spiega l’importanza di questa visita: «Questo incontro è frutto di un lungo lavoro di ricerca che l’ANPI di Urbisaglia sta svolgendo in sinergia con il Comune per tenere viva la memoria delle persone che sono state internate qui, molte delle quali furono trasferite nel campo di sterminio di Auschwitz. Da una parte ci sentiamo colpevoli di quello che è successo, noi eredi degli urbisagliesi degli anni ’40, per non aver fatto quello che

Uno dei graffiti ancora visibili sulle pareti delle stanze degli internati

forse avremmo potuto fare per evitare di essere partecipi della Shoah. Da un altro punto di vista ci consoliamo del fatto di avere molte testimonianze di famiglie di Urbisaglia e dei dintorni che hanno aiutato tanti internati a scappare e sopravvivere. Questo lavoro di ricerca e contatto con gli eredi degli internati è molto importante per raccogliere informazioni per il futuro Museo della Memoria che stiamo cercando, insieme alla Fondazione Giustiniani Bandini, di installare nei piani superiori di Palazzo Giustiniani Bandini, attualmente chiuso per i problemi legati al terremoto. Nella ristrutturazione cercheremo di dedicare delle stanze alla memoria, a tutte le persone che sono passate in questo campo e che purtroppo sono entrate a far parte della terribile storia dell’Olocausto.»

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