La “fuga dei cervelli” all’estero è uno dei temi di cui si parla spesso quando si affronta la questione del sistema universitario, specie se in relazione alle possibilità occupazionali. Questo, però, sta anche ad indicare che le università italiane godono di una elevata capacità scientifica e che formano laureati eccellenti. Quasi un controsenso, se si pensa alla scarsità di risorse pubbliche ad esse destinate.

Che in Italia il sistema universitario non sia nelle prioritarie attenzioni del “potere” (statale, ma a volte anche locale) e non goda della stessa alta considerazione sociale che analoghe istituzioni hanno all’estero, lo si riscontra indirettamente anche nella scarsa pubblicistica nazionale sui temi della governance e della gestione degli atenei.

A rompere questo “silenzio” è stato di recente Giorgio Donna, economista, docente e profondo conoscitore dei sistemi universitari per essere stato anche dirigente presso il ministero dell’Istruzione. Si deve a lui la pubblicazione, presso Il Mulino, di un corposo volume dal titolo L’università che crea valore pubblico. Il libro, che sta suscitando interesse e dibattito all’interno della comunità accademica italiana, è stato presentato a Macerata, in un incontro aperto presso l’Auditorium dell’Università. Delle riflessioni offerte dal lavoro di Giorgio Donna hanno parlato con lo stesso autore il rettore Francesco Adornato e i docenti Matteo Turri dell’università di Milano e Massimo Ciambotti dell’università di Urbino.

In primo piano il professor Giorgio Donna

Benché il libro sia rivolto in prima battuta a coloro che hanno la responsabilità organizzativa e gestionale del sistema universitario nel suo complesso e offra concreti spunti di ragionamento e di “guida” a chi opera all’interno di ciascun ateneo, esso è indirettamente rivolto anche alla società esterna. In primo luogo il libro appare utile a chi ha la responsabilità di governo del territorio, specie in quelle realtà cittadine dove gli atenei sono presenza dominante nel limitato contesto urbano, economico e socio culturale, ovvero nelle cosiddette “Città universitarie”.

L’autore, nel ricordare che simili situazioni si sono storicamente radicate in Italia e in Europa, fa esplicito riferimento alla peculiare realtà del sistema universitario marchigiano e cita espressamente Macerata, dove la popolazione universitaria è pari ad un quarto degli abitanti dell’intero comune (se si considera la sola città il rapporto è di uno a tre), ma anche Camerino ed Urbino, che hanno addirittura uno studente universitario per abitante.

Giorgio Donna ha coniato per queste situazioni il termine di “Ateneo-campus”. Una definizione per indicare una università che occupa spazi diversi all’interno del contesto urbano e dove gli studenti vivono insieme ai residenti, utilizzando gli stessi servizi (trasporti, negozi, spazi verdi, cinema, teatri, librerie, palestre) di cui la città dispone. Proprio per questo stretto rapporto «l’università – scrive Donna – è uno dei protagonisti principali (se non il principale) delle dinamiche economiche, sociali, culturali, urbanistiche» della città. Di conseguenza lo sviluppo di quest’ultima dipende anche dalle possibilità di sviluppo dell’ateneo.

Il “valore pubblico” creato dal sistema universitario di un Paese – ha sottolineato l’autore del volume – è dato dalla stessa missione dell’università, che è quella di «immaginare, progettare e plasmare il futuro di una società» attraverso la formazione, la diffusione dei saperi e dei valori, lo sviluppo di nuove conoscenze.

La progettualità del futuro del Paese passa, quindi, anche per la capacità di saper “disegnare” il futuro dei singoli contesti locali. Ecco perché il dibattito che la presentazione di questo libro di Giorgio Donna ha suscitato all’interno della comunità universitaria di Macerata meriterebbe di essere trasferito all’intero contesto cittadino. L’università, storicamente parte della città di Macerata, è diventata ormai parte vitale della città stessa.

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